8 giugno 2008

Parisi rompe il muro di gomma

Categoria: Partito Democratico Luca Ceccarelli @ 16:43

C’è stata ieri su Repubblica un’intervista ad Arturo Parisi che mi ha lasciato sorpreso. In positivo.

E’ stata infatti la prima volta che, dopo le elezioni, qualcuno del PD ha avuto il coraggio di rompere il muro di gomma (per non dire di omertà) e pronunciare con chiarezza la parola “sconfitta”.

La strategia del Partito Democratico era sinora stata quella di negare la sconfitta e mascherare con il 33% dei consensi, in buona parte frutto dell’inganno del voto utile, la pochezza del proprio risultato.

Finalmente qualcuno che dice ciò che andava detto!

Riporto integralmente l’intervista.

Arturo Parisi: “Walter ammetta la sconfitta politica, rompa con il passato o riperderemo”

Intervista di Claudio Tito – La Repubblica ROMA – «È stata una sconfitta storica. Se ne deve prendere atto. Eppure, a distanza di due mesi questa constatazione non ha ancora trovato un luogo per essere riconosciuta». Arturo Parisi sembra tornare ad indossare più le vesti del professore, dello studioso di flussi elettorale e di fenomeni politici, che quelle dell´ex ministro.

Non parla da leader della pattuglia “ulivista” ma da semplice parlamentare del Pd. E lo fa rivolgendosi in primo luogo a Walter Veltroni. Che non vuole ammettere la sconfitta. E, anzi, confida sulla «rivincita». E invece servirebbe una «nuova leadership plurale».

Perché parla di “sconfitta storica”?
«Perchè è una sconfitta politica, non una sconfitta elettorale. La natura politica della sconfitta appare evidente solo se confrontiamo la risposta degli elettori con la proposta politica messa in campo. E aggiungo se ricordiamo che questa proposta ha due nomi: Veltroni e Bertinotti. Quella che era stata definita e proposta, come una “separazione consensuale” tra la sinistra radicale e quella moderata. Una separazione consensuale guidata dalla illusione che si potesse così allargare il campo».

Perché non è avvenuto?
«I numeri parlano da soli. La sinistra radicale è scomparsa. Ma il centro, quello che amava proporsi come la sinistra moderata, non è riuscito a proporsi come un punto di riferimento per consensi nuovi. È questa la causa del risultato modesto del Pd. Se siamo riusciti a tenere, è solo perchè gli apporti da sinistra hanno compensato quelli persi al centro o verso l´astensione. Esattamente l´opposto di quello ci si proponeva».

E Veltroni ne dovrebbe prendere atto?
«Di fronte a questo cataclisma, ognuno ha più domande che risposte. Tutti siamo nel pieno della elaborazione di un lutto. Ma è dal riconoscimento della sconfitta politica che dobbiamo ripartire. E nessuno ha mai elaborato un lutto senza averlo prima riconosciuto. È per questo che mi sento pessimista sul futuro del partito. Il gruppo dirigente propone il futuro come una continuazione del presente»

Cioè?
«Penso a Bettini e al suo “diritto alla rivincita”. La preoccupazione che il riconoscimento della sconfitta chiami in causa le corrispondenti responsabilità soggettive sembra impedirci di analizzare anche la situazione oggettiva nella quale ci siamo cacciati. La paura che si ripeta quel che è successo nel ‘94 con Occhetto e nel 2000 con D´Alema, quando i due leader sconfitti sentirono la necessità di far derivare dal riconoscimento della sconfitta atti conseguenti, ci costringe a discutere della sconfitta solo in corridoio e a difendere in pubblico una sconfitta evidente come se fosse una vittoria insufficiente».

Insomma il segretario del Pd si dovrebbe dimettere?
«È proprio pensando al rischio che per non parlare degli sconfitti finissimo per negare anche la sconfitta, che all´indomani del voto volli riconoscere a Veltroni tutto l´onore che meritava e merita per la passione con cui aveva portato avanti la sua battaglia. E questo anche perchè se di responsabilità della sconfitta si deve parlare è questa una sconfitta da imputare a tutto il gruppo dirigente. Ed è per questo che avevo condiviso praticamente da solo la proposta dello stesso Veltroni di aprire un nuovo percorso congressuale che consentisse di verificare la correttezza della linea seguita».

In soldoni, serve un nuovo leader?
«Non è in discussione Veltroni, ma certamente serve una nuova leadership collettiva. Che, però, può nascere, rinnovarsi o rafforzarsi solo all´interno di un confronto vero. Quello appunto che avevo immaginato cercasse Veltroni con l´apertura di un percorso congressuale. Non è all´insegna della continuità che Veltroni può immaginare di rafforzare la sua guida del partito. Altro che rivincere. Nella continuità non possiamo che riperdere».

In concreto il Pd cosa deve fare? Deve ricostruire l´Unione con la sinistra radicale?
«Anche il percorso dell´Ulivo era guidato dall´idea di un bipolarismo a vocazione bipartitica ma nel campo del centrosinistra, il Pd era il nome della stazione d´arrivo. Qua invece per errore e impazienza personale siamo scesi alla prima stazione che abbiamo trovato e l´abbiamo chiamata Pd.
Il guaio è che quel che non doveva succedere, è ormai successo. Invece di condividere con incoscienza quella che abbiamo chiamato separazione consensuale, sarebbe stato meglio andare ad un confronto programmatico esigente con la sinistra radicale, pronti alla rottura o alla ricerca di una nuova unità riformatrice. Invece ci siamo accontentati di esibire la nostra moderazione attraverso la condivisione del centrodestra, e perchè chiamavamo Berlusconi “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”. È questo che, al di là delle parole, ha sconcertato gli elettori: quelli che sarebbero dovuti venire da destra e quelli che sarebbero dovuti rimanere a sinistra».

Ripeto: qual è la soluzione?
«Se non siamo riusciti ad attrarre consensi nuovi è perchè il PD non è riuscito a rappresentarsi come il partito nuovo che diceva di essere. Se questo è vero, ora non ci resta che fare esattamente quello che abbiamo detto che avremmo fatto sapendo di non averlo fatto, chiederci perchè, e riconoscere che è proprio a causa di questo che abbiamo perso. Invece a guardare quel che accade nel partito sembra di tornare al trapassato remoto, con correnti che nascono ogni giorno. Sarebbe questo il partito nuovo che abbiamo annunciato? Come non riconoscere i segni di una scomposizione?».

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2 giugno 2008

Chissà cosa ne penserebbe Freud…

Categoria: Gli altri Luca Ceccarelli @ 15:14

Tutti noi abbiamo dei sogni. Sono, spesso, il motore della nostra vita.

Ma spesso dai sogni che ci animano riusciamo a capire molto della nostra personalità. Altrettanto spesso i sogni sono la massima espressione della nostra immaginazione, anelito fondamentale verso cui tendere.

Ed ognuno ha i sogni che si merita. Ecco quello di La Russa:

Stage estivi nelle caserme, su base volontaria, rivolti ai giovani tra i 18 e i 25 anni: “due mesi o anche meno” di vita militare. E’ il “sogno” del ministro della Difesa Ignazio La Russa, che a Settegiorni su RaiUno, parla del suo progetto di “riavvicinare le nuove generazioni alle Forze Armate”.

Un sogno abbastanza limitato, in fin dei conti. Chissà cosa penserebbe Freud di tutto ciò. Ma tant’è. Il buon Ignazio vorrebbe che i ragazzi corressero a rinchiudersi in caserma nei mesi estivi. Bah. Ma non è finita:

I giovani, secondo La Russa, si sarebbero “allontanati anche troppo dalle caserme” e allora “bisogna correre ai ripari”. “Non ripristinando la leva obbligatoria”, ha precisato il ministro, secondo quanto si legge su Repubblica, “ma trovando i modi con cui volontariamente si possano riavvicinare le nuove generazioni ai valori che promanano dalle Forze Armate”.

Eh già, bisogna correre ai ripari, dobbiamo militarizzarci. Del resto, quando la soluzione è la militarizzazione del Paese, dovranno pur esserci dei militari che la mettano in atto. E poi dovremo anche creare il consenso necessario, per cui cosa c’è di meglio di uno stage in cui i militari possano fare il lavaggio del cervello ai giovani?

Il tutto sostenuto, chiaramente, da una buona iniezione di denaro:

Altro obiettivo concreto annunciato dal ministro, infine, è quello di “portare in cinque anni il bilancio della Difesa dall’attuale 0,9% del Pilo all’1,25%.

I dati sono palesemente fasulli. Nel rapporto del SIPRI, infatti, si legge:

Per calcolare la spesa militare italiana bisogna innanzitutto far riferimento al bilancio della Difesa
che, nel 2007, ammonta a 20.194 milioni di euro, pari all’1,33% del PIL, con un aumento del 13,6%
rispetto al 2006, quando il bilancio ammontava a 17.782 milioni di euro (1,23% del PIL) ed era in
diminuzione rispetto al 2005 (- 6,5%).

Il bilancio della Difesa, tuttavia, non copre il totale della spesa militare italiana: occorre infatti
inserire anche alcune voci fuori bilancio, come ad esempio il costo delle missioni italiane all’estero,
alcuni sistemi d’arma e il ricavato delle dismissioni di alcuni immobili. Per questo motivo, il SIPRI
stima che la spesa militare italiana complessiva nel 2006 ammonta a 29,9 miliardi di dollari, pari a
24,5 miliardi di euro, circa il 2% del PIL. Questa quota rappresenta il 3% della spesa militare
mondiale, e colloca l’Italia all’8° posto nella graduatoria dei Paesi che spendono di più nel settore
militare.

Il ragionamento corretto, dunque, sarebbe l’esatto inverso. Dobbiamo diminuire le nostre spese militari, perchè si sono gonfiate all’inverosimile, soprattutto per un Paese che, come il nostro, ha nella propria Costituzione il ripudio della guerra ed ha dimostrato nei fatti la propria spinta pacifista.

Ad avvalorare questa analisi, aggiungiamo il rapporto tra spese militari e spese per il welfare nei Paesi europei di riferimento (in Euro pro-capite):

Francia: militari 630, welfare 1750
Gran Bretagna: militari 620, welfare 1600
Germania: militari 350, welfare 2000
Italia: militari 400, welfare 545

Meglio dirottare risorse verso il nostro malandato welfare che inseguire ambiziosi quanto sconsiderati militarismi. E mi fa particolarmente piacere sottolinearlo nel giorno della squallida parata del 2 giugno.

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