26 maggio 2008
Che Maurizio Sacconi non fosse esattamente un fulmine di guerra lo sapevamo. Ma che potesse arrivare a tali livelli non era sospettabile (o forse sì?).
Ecco l’ultima sua trovata (peraltro neanche tanto nuova): i lavoratori come azionisti.
La nostra scommessa è di riuscire a rappresentare insieme le esigenze dell’impresa e del lavoro. Siamo un governo interclassista, con forti connotazioni popolari. Non è un caso che ci spingiamo a ipotizzare la collaborazione fra imprese e lavoro al punto da prevedere la libera possibilità di attuare forme partecipative dei lavoratori alla gestione dell’impresa.
A parte le notevoli assonanze con il programma del PD, del resto già evidenti nel corso della campagna elettorale, il concetto è devastante. Ma Sacconi continua:
una fase post ideologica nella quale lavoratori e imprenditori condividono obiettivi e risultati”. Per fare questo il ministro si chiede: “Perché non prevedere forme di azionariato dei lavoratori, che se realizzate d’intesa fra le parti, possano consentire a un rappresentante dei lavoratori di avere un posto nel collegio sindacale, sede del controllo della trasparenza del bilancio?”. Un’idea che potrebbe essere sostenuta da “una legislazione di favore” promossa dal governo e che il ministro lancia anche alla Cgil: “Sono convinto – ha detto dopo aver definito la sinistra di Epifani ‘più elitaria e ideologica che popolare’ – che anche quel sindacato può aprire una riflessione al proprio interno”.
Qui si va nel succo del discorso: l’imprenditore deve essere considerato un lavoratore esattamente come i suoi dipendenti, nonostante detenga il capitale, a differenza di chi lavora per lui. In più, già che ci siamo, i lavoratori devono anche sobbarcarsi parte del rischio d’impresa.
Ma stiamo scherzando o cosa? Il rischio d’impresa non è sopportabile con chi con il proprio salario ci mangia. Non è tollerabile che una parte del già esiguo stipendio sia aleatoria, suscettibile di fluttuazioni o addirittura, in caso di congiuntura particolarmente negativa, ridotta a zero. Di cosa dovrebbe vivere il lavoratore?
Forse nelle vetrine dei negozi, accanto ai loghi dei buoni pasto, apparirà “si accettano certificati azionari”.
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25 maggio 2008
Il risultato elettorale è alle nostre spalle, più di un mese è ormai passato.
Eppure siamo ancora tutti “sotto botta”, colpiti ed in buona parte incapaci di reagire.
Berlusconi governa, con una maggioranza ampia e più coesa che mai. L’opposizione parlamentare è pressochè inesistente.
E così si legge di un iperefficientismo di questo Governo, costituito in fretta e dalle idee chiare. Decisionista al limite (e forse oltre) dell’autoritario, con in mano le ricette per risolvere, e subito, i problemi di questo Paese.
Cosa può fare in questo scenario la Sinistra? Proprio perchè l’opposizione parlamentare latita, per non dire che con Berlusconi ed il berlusconismo è limitrofa e connivente, dobbiamo cominciare a costruire l’opposizione, in primis nel Paese.
La strategia del dialogo portata avanti da Veltroni è solo l’ennesimo errore di Uòlter: senza opposizione si dà ancor più visibilità alla macchina mediatica di consenso di Silvio&Co. In un sondaggio recentissimo la popolarità del Governo è già salita del 10%.
Davanti a questi dati e soprattutto a questo genere di atteggiamento, che si traduce in provvedimenti legislativi che regoleranno la vita di tutti, la Sinistra deve cominciare una grande campagna di verità. Illustrando gli errori e le contraddizioni che sono insite nei primi atti del Governo Berlusconi.
Dobbiamo spiegare che la politica delle espulsioni facili e l’introduzione del reato di immigrazione clandestina non sono la risposta al problema della sicurezza.
Mantenere molte persone in quella zona grigia che è la clandestinità non farà aumentare il nostro senso di sicurezza. Aiuterà solo chi di clandestinità vive, cioè chi sfrutta i clandestini mantenendoli sotto ricatto continuo.
Serve invece una grande campagna di regolarizzazione, perchè il primo passo è conoscere chi ti sta accanto. Gli immigrati devono potersi inserire in un sistema di regole affinchè le rispettino.
E questo significa non solo promuovere una migliore integrazione, ma inoltre salvaguardare ad esempio il mercato del lavoro. Chi è clandestino negozia il proprio salario con cifre e condizioni che nulla hanno a che vedere con la nostra contrattazione collettiva. In questo modo si crea un vortice al ribasso che trascina con sè anche le fasce più deboli dei nostri lavoratori.
Dobbiamo sottolineare che la detassazione degli straordinari non è affatto una buona notizia. Sancisce una volta per tutte che non esiste una questione salariale, o quanto meno che essa vada risolta con l’equazione “vuoi un salario più dignitoso? non hai altra scelta che lavorare di più”.
Invece la realtà è che negli ultimi 10-15 anni abbiamo assistito ad un enorme spostamento di ricchezza a favore della rendita da capitale a tutto svantaggio dei redditi da lavoro. I salari hanno perso una grande fetta di potere d’acquisto ed i lavoratori italiani sono scivolati mestamente al penultimo posto quanto a potere d’acquisto dei lavoratori europei.
Mi pare scandaloso proporre, semplicemente, di lavorare di più.
Dobbiamo contrastare la nuova corsa al nucleare. Leggo su Repubblica un’accorata difesa di questa scelta da parte di Umberto Veronesi. Mi pare curioso che un uomo di scienza tralasci completamente lo studio delle conseguenze del ritorno al nucleare, bollando l’opposizione a questa scelta come “battaglia ideologica”.
In primis il nucleare che ci viene proposto non è quello innovativo, la c.d. quarta generazione. E’ la terza generazione, che produce scorie radioattive proprio come le precedenti.
Infatti l’equivoco sta proprio qua. Il rischio non è solo quello di incidenti a-la-Chernobyl, che la terza generazione del nucleare riduce decisamente, ma proprio la produzione di scorie che richiedono trattamenti difficili e costosi e prestano il fianco a commerci e traffici internazionali per scavalcare il corretto trattamento e riversare le scorie radioattive nei Paesi poveri. Già, proprio quello su cui stava indagando Ilaria Alpi.
Se su questi punti e molti altri la Sinistra saprà costruire l’opposizione nel Paese probabilmente riuscirà di nuovo a dialogare anche con il suo popolo, con i suoi elettori che un mese fa per fare qualcosa di buono si sono sciaguratamente affidati al voto utile.
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22 maggio 2008
Già, il dialogo.
Dobbiamo dialogare con Silvio, dice il PD. Dialogare, dialogare, dialogare, per parafrasare qualcuno. Considerare Silvio un interlocutore affidabile, proporre un nuovo modello di governo del Paese basato su rapporti distesi tra maggioranza ed opposizione.
“Succede in tutti i Paesi evoluti”, ci spiegano. Ammesso e non concesso che sia così (e non è così), in quale Paese evoluto potrebbe esistere un’anomalia come quella berlusconiana? Questo, però, è un dato su cui si preferisce tacere.
E così, prima o poi, tutti i nodi vengono al pettine. Qualcuno molto presto.
Oggi tutto il PD, Veltroni in primis, erano cinguettanti all’incontro con la nuova presidenza di Confindustria, al punto da spingere Giordano ad affermare:
Nel suo discorso di oggi Emma Marcegaglia ha illustrato lucidamente un modello di società basato sulla centralità assoluta delle aziende e sull’incontrastata egemonia del mercato. Su questo modello sembrano convergere tutte le forze politiche presenti in Parlamento, non solo quelle della destra ma anche il Pd di Veltroni che aderisce senza riserve alla strategia delineata dalla nuova presidente di Confindustria. Ora è chiaro quale fosse il progetto a cui i poteri di questo Paese miravano già da molto tempo: l’eliminazione secca di qualsiasi opposizione politica e sociale.
Forse questo è il clima di dialogo a cui si riferiscono. Quello per cui semplicemente ci si schiaccia, tutti, sotto il peso ed agli ordini dei poteri forti.
Ma Silvio rimane sempre Silvio. Puoi dipingerlo come un uomo nuovo, uno statista emerso sotto la pelle del Caimano. La sostanza non cambia: per lui il governo del Paese significa innanzitutto farsi gli affari propri.
Il metro per misurare lo statista ce lo dà la questione legge Gasparri. Un uomo di Stato dovrebbe, sempre, far rispettare il diritto in ogni sede. Quindi via Rete4, dentro Europa7, che dopo anni di angherie illegali subite da Mediaset ha finalmente visto riconoscere il proprio diritto alle frequenze dalla Corte europea.
E invece, guarda un po’, Silvio si inventa un emendamento che “salva” Rete4 e perpetua l’ingiustizia nei confronti di Europa7. Si indignano le opposizioni, persino il PD. Con il problema che, ormai, il PD è prigioniero del dialogo che lui stesso ha invocato a gran voce. Al punto che si scatenano le frecciate. Sentiamo Bocchino (AN-PDL):
Siamo sorpresi che l’opposizione sia ancora antiberlusconiana… Eravamo convinti che il risultato elettorale avesse fatto chiarezza anche su quello che la sinistra chiama conflitto di interessi. Di questo passo, continueremo a vincere”. Italo Bocchino, vice capogruppo del Pdl alla Camera, replica così alle accuse dell’opposizione per l’emendamento su Rete4.
All’opposizione, dice Bocchino, “chiediamo se voteranno il taglio dell’Ici e le misure su rifiuti e sicurezza. Altrimenti gli italiani non capiranno perchè continuano a fare appello a riforme condivise e poi si occupano solo delle questioni di Berlusconi”.
Ecco l’idea di dialogo che ha la destra: dialogo significa raccogliere delle briciole di potere in cambio dell’omertà assoluta. In puro stile mafioso. Uòlter, dove ci stai portando?
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