30 aprile 2008
La resa dei conti nel PD è più che cominciata.
Uòlter ha fallito, di brutto. Lo stesso progetto del PD ha fallito. Per la seconda volta, dopo il 2001, Veltroni è l’uomo dei minimi storici.
E dentro il PD lo sanno bene.
D’Alema, Bersani & Co. hanno già nel mirino Veltroni, chiaramente.
Perchè dunque non ne chiedono le dimissioni? Beh, Uòlter una volta tanto è stato furbo. Ha infatti dichiarato di essere disponibile ad anticipare il congresso del PD alla data simbolo del 14 ottobre.
Chiaramente questa situazione avrebbe creato un’onda emozionale tale per cui il partito si sarebbe chiuso a riccio intorno al proprio leader, che sarebbe stato riconfermato con buona pace dei suoi oppositori interni.
La strategia migliore è invece quella di far logorare Veltroni, fino in fondo. Magari facendolo cadere definitivamente dopo le Europee. In quelle elezioni non ci sarà l’effetto voto utile e la debacle del PD sarà senza appello. Ricordiamoci che l’attuale 33%, tutt’altro che esaltante, comprende una notevole quantità di voti “utili” presi in prestito dalla Sinistra.
Nessuno pensa più che Uòlter sia un buon leader. Nè tanto meno un capace stratega. Al massimo gli viene riconosciuta una buona immagine.
Ecco, questa è l’unica cosa riuscita a Veltroni: importare il berlusconismo anche nello schieramento che sinora ne era rimasto immune.
Ha ragione la destra quando scrive “Veltroni santo subito”. Ha milioni di motivi per essergli grata.
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27 aprile 2008
Si temeva, in caso di pareggio, un bell’inciucio tra PDL e PD, il Veltrusconi più volte citato da molte voci dei nostri media.
Quello che non tutti prevedevano era che l’inciucio si facesse a prescindere. Almeno non lo prevedevano quelli che si sono fatti abbindolare dall’appello al voto utile, la grande truffa veltroniana del testa a testa che non c’è.
Ed invece eccolo, l’inciucio, servito in salsa bipartisan.
(ASCA) – Roma, 26 apr – ”Abbiamo di fronte una legislatura costituente per cambiare l’Italia e farne un paese veramente moderno. Mi auguro che anche il Partito Democratico voglia partecipare all’impresa coerente con i suoi proclami riformisti”. Lo afferma Silvio Berlusconi in una intervista a Il Tempo nella quale spiega che ”dobbiamo ridisegnare l’architettura istituzionale per dare al presidente del Consiglio gli stessi poteri dei suoi colleghi esteri, per semplificare e sveltire l’iter delle leggi e ridurre il costo della politica”. Sar’ un lavoro, sostiene Berlusconi, che ”dovremo fare in modo bipartisan con l’obiettivo di sfoltire la casta delle persone che vivono di politica di ridurre di meta’ il numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali e comunali, di abolire le province e le comunita’ montane. Veltroni ha presentato un programma con numerosi punti simili ai nostri: spero che per coerenza voti insieme a noi quei provvedimenti”.
Come dargli torto? Il PD si è presentato, in effetti, in una veste molto simile al PDL, per cui è logico che quest’ultimo cerchi l’accordo sulle riforme in modo da non assumersene l’intera responsabilità agli occhi degli italiani.
Il PD accetterà di buon grado, in primis per soddisfare gli appetiti di chi si è imbarcato in vista di un incarico (di governo o no, poco importa), in secundis perchè le riforme che verranno approvate saranno all’insegna del bipartitismo e l’esclusione di qualunque altro competitor.
Delle candidature PD molto abbiamo scritto in passato. Anche che molte di esse erano mutuate o mutuabili con il PDL. Ed eccone la dimostrazione:
Milano, 27 apr. (Apcom) – L’ipotesi di affidare la guida della commissione Lavoro del Senato a Pietro Ichino trova consensi sia nel Pdl sia nel Pd. “C’è spazio – ha detto l’economista Pdl Benedetto della Vedova al Corriere della Sera – per mettere fine allo scontro, e secondo me un rapporto costruttivo con l’opposizione va formalizzato”. La scelta di affidare la presidenza di commissione, normalmente appannaggio della maggioranza, a un esponente dell’opposizione come Ichino – lanciata proprio da Angelo Panebianco dalle pagine del quotidiano di via Solferino – per Della vedova “sarebbe un simbolo della nuova fase. E potrebbe portare risultati concreti perché è sulla riforma del mercato del lavoro che il Pd offrirà la maggior discontinuità rispetto al passato del centro sinistra”.
Reazione positiva all’ipotesi Ichino anche dal senatore Pdl ed ex sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi: “Dobbiamo affrontare l’emergenza drammatica della crescita – ha detto – e sappiamo quindi che dobbiamo intensificare le riforme: è giusto cercare il dialogo con l’opposizione. Ichino – ha aggiunto Sacconi – è una risorsa”. Luca Volontè dell’Udc parla di “un’occasione da non perdere. Figure come quella di Pietro Ichino, oggi, e quella di Marco Biagi, ieri, dovrebbero essere il punto di partenza di qualsiasi governo che avesse una reale volontà riformatrice”.
Di “voglia di smettere di litigare” parla anche Massimo Calearo, l’ex direttore di Federmeccanica eletto nelle fila del Pd. Calearo riconosce meriti a Berlusconi, ma anche a Veltroni, per il “suo coraggio di andare da solo alle elezioni. Oggi abbiamo, così, due leader di due grandi schieramenti che possono parlarsi evitando le interferenze di altri venti partiti”.
Ci aspettano cinque anni molto difficili. Prepariamoci alla lotta.
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18 aprile 2008
Come dicevo, vorrei che l’autocritica della Sinistra partisse dai risultati delle Amministrative più che da quelli delle Politiche, evidentemente distorti dalla “sindrome da voto utile”.
Ma è chiaro che il risultato elettorale nazionale ha fatto esplodere quelle tensioni che si respiravano dentro l’Arcobaleno. Questo è chiaramente un limite, ma può essere trasformato in un’opportunità.
Analizziamo la situazione:
1. Il PdCI, che sostanzialmente non ha partecipato alla campagna elettorale, si è defilato e vuole dar vita alla Costituente Comunista;
2. I Verdi sono in fibrillazione e considerano più che a rischio l’esperienza de l’Arcobaleno.
3. Il PRC vive un momento di sostanziale spaccatura: da un lato Giordano, Vendola, Migliore ed altri che (semplificando) vedono il partito sciogliersi all’interno di un soggetto unitario, dall’altro Ferrero, Russo Spena etc. che vorrebbero una Federazione.
4. Sinistra Democratica vuole a sua volta rivedere il progetto, pur restando in ottica unitaria. E non potrebbe essere diversamente.
Fin qui l’analisi. Ma visto che lo sport nazionale è diventato quello di suggerire alla Sinistra cosa fare, ci provo pure io.
a) se il PdCI se ne vuole andare, che vada. E’ ormai diventato un partito “vetero”, di pura identità, al limite della testimonianza. Direi che un’eventuale Costituente Comunista potrebbe raccogliere le “schegge” che si sono create a Sinistra.
b) l’impressione è che i Verdi, sempre più, non riescano a rappresentare le istanze di un ambientalismo moderno (e non voglio assolutamente cadere ne “l’ambientalismo del fare”, per carità). Si barcamenano tra un ambientalismo ideologico ed un partito personale di Pecoraro Scanio, col risultato che buona parte degli elettori li vedono quanto meno con diffidenza.
c) Rifondazione deve scegliere una strada. E credo che non sarà un processo nè semplice nè indolore. Certo, tornare indietro rispetto al processo unitario sarebbe un notevole passo indietro. Ma, come è giusto, deciderà il Congresso.
d) Sinistra Democratica, nata appunto per promuovere l’unità a Sinistra, deve prendere atto di tutto quanto esposto nei punti precedenti e creare le condizioni affinchè nel progetto unitario possano contribuire anche i Socialisti e più in generale l’area socialista, intendendo con questo termine tutte quelle persone che hanno capito o capiranno che la vocazione centrista del PD va loro stretta.
Con questi presupposti vi è la possibilità, mantenendo un panorama politico sufficientemente semplificato, di creare un soggetto di sinistra che si ispiri ai principi del socialismo europeo e possa realizzare un “socialismo del XXI secolo” e che possa affrancarsi da quell’area di testimonianza che verrebbe invece incarnata dal nuovo contenitore polarizzato intorno all’attuale PdCI.
Questo nuovo soggetto della Sinistra può e deve essere interlocutore del PD per quanto riguarda le realtà amministrative e deve tendere a riconquistare la propria rappresentanza parlamentare proponendosi come partito in grado di analizzare i problemi da una prospettiva di governo, il che non significa essere governisti ma più semplicemente andare a fondo nelle analisi non fermandosi alla protesta nè assumendo posizioni intransigenti “senza se e senza ma”. Alternativo dunque al PD, portatore di valori storici ed insieme moderni ed attuali, ma ben inserito in una prospettiva di centrosinistra.
C’è da lavorare, di nuovo da rimboccarsi le maniche. Abbiamo anche gruppi dirigenti pressochè azzerati, il che consente ampi spazi di manovra e possibilità di emergere per energie nuove ed idee innovative.
Vorrei dire “si può fare”, ma a Uòlter ha portato piuttosto sfiga…
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16 aprile 2008
Come avevo preannunciato ampiamente (conquistando addirittura un articolo contro di me: troppo onore!), il testa a testa di Uòlter era una squallida farsa, mirata unicamente a compensare un modestissimo risultato del PD con il drenaggio di voti dalla Sinistra Arcobaleno.
La cosa triste è che gli è riuscito, in pieno.
Peggio di così non si poteva: prima di questa splendida manovra, la scelta era tra Berlusconi al governo (nel caso di sconfitta del PD) e la sparizione della Sinistra (voto utile e vittoria del PD). Ora abbiamo ottenuto entrambi.
Il PD, nato per sfondare al centro, non ha guadagnato un solo voto in quella direzione. Anzi.
Resta da capire quale opposizione esisterà in Parlamento ora. Difficile immaginare chi difenderà le classi sociali più deboli. Nel PD c’è mezza Confindustria, Ichino ed i liberisti suoi simili e tante altre persone che non si possono certo definire di sinistra. Inoltre Uòlter ha (giustamente, del resto) preannunciato che l’opposizione del PD verterà sul programma elettorale, che presenta numerosissimi punti di contatto con quelli del PdL.
Insomma, stiamo per sperimentare, per la prima volta, Berlusconi al governo senza opposizione. Brividi.
Dal PD si sbracciano: “Non è vero, il voto utile non esiste, non l’abbiamo chiesto, è un’invenzione”. Dall’altra molti sostengono che la Sinistra ha ottenuto il massimo che poteva pretendere, perchè antistorica. E non si poteva pretendere di più, non è colpa del PD.
Bene. Il caso ha voluto che nello stesso giorno (non un mese, nè una settimana dopo) le stesse persone che hanno votato per le politiche e che sarebbero state coì stanche della Sinistra, hanno votato per le Amministrative in molte città. Vediamo i risultati:
- Friuli V.G. : SA al Senato 3%, alle Regionali 5.7%
- Roma: SA alla Camera 3,5%, alle Provinciali 5,9%
- Massa e Carrara: SA alla Camera 6,1%, alle Provinciali 13,7%
- Asti: SA alla Camera 2,7%, alle Provinciali 4,8%
- Varese: SA alla Camera 2,5%, alle Provinciali 4,1%
- Vibo Valentia: SA alla Camera 3,4%, alle Provinciali 7,1%
- Foggia: SA alla Camera 2,6%, alle Provinciali 5,1%
- Sondrio: SA alla Camera 2,4%, alle Comunali 6,1%
- Imola: SA alla Camera 3,5%, alle Comunali 5,3%
- Pisa: SA alla Camera 4,9%, alle Comunali 9,9%
- Viareggio: SA alla Camera 5,7%, alle Comunali 12,7%
Niente voto utile, vero?
Uòlter sapeva di perdere (se io ho visto i dati, figuriamoci lui….non facciamo le verginelle) ed ha voluto cancellare la Sinistra dal Parlamento di questo Paese, deliberatamente.
Complimenti Uòlter, delitto perfetto.
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13 aprile 2008
NOI FACCIAMO UNA SCELTA DI PARTE
Noi sosteniamo le liste de “La Sinistra, l’Arcobaleno”, e il candidato-premier Fausto Bertinotti, per quattro buone ragioni.
1. Perché è un voto utile alla democrazia italiana e alla rinascita della politica. La contesa elettorale non può ridursi a una partita a due, o a un referendum tra leadership spettacolari. E il futuro del paese non può essere affidato al “modello americano” , che per definizione e vocazione storica cancella la sinistra dalla rappresentanza istituzionale. Per battere la destra, la sinistra resta essenziale. Per vincere la sfida della pace che muove milioni di persone, ci vuole una sinistra forte. Per superare la crisi di fiducia, e i pericoli di declino morale dell’Italia, le idee e la forza della sinistra restano imprescindibili.
2. Perché è un voto di parte. Dalla parte dei lavoratori e dei diritti del lavoro, operaio, precario, intellettuale, sfruttato, sottopagato, umiliato. Dalla parte delle donne, dei giovani e dei nuovi cittadini e cittadine migranti in cerca di libertà. Dalla parte del rispetto per l’ambiente, minacciato da un’idea di sviluppo cieca e squilibrata. Dalla parte del valore non mercificabile del sapere e della conoscenza. Fuori da questa parzialità, che rivendichiamo come una risorsa preziosa, non c’è vera possibilità di cambiamento. E tutto si “concilia”, si omologa, si appiattisce, in un clima di conformismo dilagante.
3. Perché è un voto laico. Per fermare l’invadenza interventista delle alte gerarchie vaticane e le tentazioni neo-temporaliste della Chiesa cattolica. Per arginare le insorgenze fondamentaliste, che attaccano leggi come la 194, bloccano l’allargamento dei diritti civili, diffondono omofobia, tentano di ricondurre le donne ad un ruolo antico di soggezione. Noi non vogliamo né “guerre di religione” né antistorici steccati tra credenti e non credenti. Crediamo piuttosto che la laicità dello Stato e il primato del Parlamento siano il fondamento più solido della libertà di tutti.
4. Perché è un voto di speranza: per una sinistra capace di rigenerare se stessa, il suo modo di essere e di agire, i suoi progetti. Un obiettivo difficile, ma assolutamente necessario, che può cominciare un percorso positivo nel fuoco di queste elezioni, il 13 e 14 aprile. Noi, a questa speranza non possiamo rinunciare.
Primi firmatari
Pietro Ingrao; Marco Bellocchio, regista; Luciana Castellina, giornalista e scrittrice; Mario Ceroli, scultore; Marcello Cini, filosofo della scienza; Luciano Gallino, sociologo; Paul Ginsborg; Margherita Hack, astronoma; Lea Melandri, saggista e femminista; Mario Monicelli, regista; Achille Occhetto; Valentino Parlato, giornalista; Tamar Pitch, docente Univ. Perugia; Rosanna Praitano, presidente circolo Mario Mieli; Giuseppe Prestipino, filofoso; Marco Revelli, storico; Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom; Rossana Rossanda; Paolo Rossi, attore, da anarchico; Edoardo Sanguineti, poeta e saggista; Aldo Tortorella; Mario Tronti, flosofo; Dario Vergassola, attore.
Arti, letteratura e mondo dello spettacolo
Francesco Baccini, cantautore; Nanni Balestrini, scrittore; Achille Bonito Oliva, critico d’arte; Edoardo Bruno, critico cinematografico; Sergio Cammariere, musicista; Ascanio Celestini, regista e attore; Pippo Delbono, regista e attore teatrale; Marco Gastini, pittore; Leo Gullotta, attore; Wilma Labate, regista; Citto Maselli, regista; Lea Massari, attrice; Roy Paci, cantante; Paolo Pietrangeli, regista; Paolo Poli, attore; Andrea Rivera, attore e musicista; Pasquale Scimeca, regista; Tiziano Sclavi, scrittore; Daniele Segre, regista; Daniele Silvestri, cantautore; Ambrogio Sparagna, editore e vignettista; Statuto, gruppo musicale; Bebo Storti, attore e autore teatrale; Tiziana Donati Tosca, cantante; Daniele Vicari, regista; Gilberto Zorio, scultore; Uccio Aloisi, musicista; Carmine Amoroso, regista; Fabrizio Apolloni, attore; Gianluca Arcopinto, produttore cinematografico; Marcello Argilli, scrittore; Giorgio Arlorio, sceneggiatore; Gino Auriuso, attore e presidente FedItArt; Davide Barletti, regista; Paolo Benvenuti, regista; Mauro Berardi, produttore cinematografico; Cloris Brosca, attrice; Sylvano Bussotti, musicista; Francesca Calvelli, montatrice cinematografica; Enrico Capuano, musicista; Giuseppe Casa, direttore artistico Martelive; Pasquale Catalano, compositore; Daniele Cenci, critico letterario; Nando Citarella, musicista; Anna Cochetti, critico d’arte; Ludovico Corrao, presidente Orestiadi; Ninni Cutaia, direttore ETI; Maria Rosa Cutrufelli, scrittrice; Toni D’Angelo, regista; Felice De Maria, direttore della fotografia; Ivan Della Mea, cantante; Ugo Delucchi, artista e vignettista; Marco Dentici, scenografo; Francesco Di Giacomo, cantante Banco del Mutuo Soccorso; Pippo Di Marca, regista teatrale; Gaspare Di Stefano, attore; Don Pasta, musicista; Ennio Fantastichini, attore; Andrea Frezza, regista e scrittore; Roberto Giannarelli, regista; Francesco Gnerre, scrittore; Giovanni Greco, direttore artistico Teatro Lido; Fabio Grossi, regista e attore; Giovanni Guidi, musicista; Alessandro Kokocinski, pittore; Alessio Lega, musicista; Giampiero Lisarelli, attore; Sebastiano Lo Monaco, attore; Fabiomassimo Lozzi, regista; Carla Marcotulli, cantante; Pino Marino, cantautore; Gerardo Mastrodomenico, attore; Magda Mercatali, attrice; Lucia Mirisola, costumista; Raffaella Misiti, cantante Acustimantico; Vincenzo Monaci, Teatro Eliseo; Elisa Montessori, disegnatrice e pittrice; Nidi d’Arac, gruppo musicale; Antonio Nocera, pittore e scultore; Alessandro Occhipinti, scrittore e autore teatrale; Mirko Pagliacci, pittore; Rocco Papaleo, attore; Fausto Paravidino, regista; Renzo Paris, poeta e critico letterario; Parto delle nuvole pesanti, gruppo musicale; Ulderico Pesce, attore e autore teatrale; Luigi Pestalozza, musicologo; Carlo Pestelli, cantautore; Massimo Piesco, regista; Rocco Quaglia, ballerino; Radici nel cemento, gruppo musicale; Fausto Razzi, compositore; Alessandro Rossetti, sceneggiatore; Giuliana Ruggerini, scrittrice; Nino Russo, regista; Massimo Sani, regista; Andrea Satta, musicista dei Tete de Bois; Paola Scarnati, dirigente Unione Circoli Cinematografici Arci; Angelo Schiavi, musicista; Pino Strabioli, regista e conduttore tv; Aldo Terlizzi, regista; Barbara Valmorin, attrice; Netta Vespigani, artista.
Saperi, università e ricerca
Piergiovanni Alleva, giuslavorista Univ. Politecnica Marche; Vezio De Lucia, urbanista; Angelo D’Orsi, storico; Gianni Ferrara, costituzionalista Univ. La Sapienza; Carlo Flamigni, docente Univ. Bologna; Francesco Garibaldo, sociologo; Augusto Graziani, docente Univ. La Sapienza; Francesco Indovina, urbanista; Gianni Mattioli, fisico Univ. La Sapienza; Giorgio Parisi, fisico Univ. La Sapienza; Franco Piperno, docente Univ. Cosenza; Giuliano Pisapia, giurista; Edoardo Salzano, urbanista; Amos Andreoni, giuslavorista Univ. La Sapienza; Andrea Bagni, insegnante; Vincenzo Bavaro, giuslavorista Univ. Bari; Piergiorgio Bellagamba, docente Univ. Ascoli Piceno; Fabio Bentivoglio, filosofo e scrittore; Piero Bevilacqua, docente Univ. La Sapienza; Flavia Bianchi, urbanista; Francesco Bilancia, docente Univ. Chieti-Pescara; Olivia Bonardi, giuslavorista Univ. Statale Milano; Bruno Bosco, docente Univ. Milano Bicocca; Caterina Botti, docente Univ. Roma; Emiliano Brancaccio, docente Univ. del Sannio; Sergio Brenna, urbanista; Yuri Brunello, docente Univ. Federal de Bahia; Luca Cafiero, filosofo; Maria Grazia Campari, giurista e avvocata; Pietro Paolo Cannistraci, docente storia dell’architettura; Francesco Carchedi, ricercatore sociale; Aldo Carra, osservatorio IRES Cgil; Valerio Cerretano, docente Univ. Glasgow; Lido Chiusano, storico della filosofia; Stefano Ciccone, docente Univ. Tor Vergata; Nicola Cipolla, presidente CEPES; Federico Coen, direttore “Lettera Internazionale”; Gastone Cottino, docente universitario; Marco Cuniberti, giuspubblicista Univ. Statale Milano ; Alessandro Dal Lago, docente Univ. Genova; Paolo De Nardis, sociologo; Fabio De Nardis, sociologo; Elisa Del Chierico, ricercatrice universitaria; Elena Del Grosso, biologa femminista; Arturo Di Corinto, docente universitario; Alfonso Di Giovine, costituzionalista; Ferdinando Di Orio, rettore Univ. L’Aquila; Andrea Fasullo, docente Univ. Camerino; Pino Ferraris, sociologo; Franco Focareta, giuslavorista Univ. Bologna; Carlo Formenti, docente Univ. Lecce; Mauro Gamboni, CNR; Mario Giovanni Garofalo, giuslavorista Univ. Bari; Fausto Gentili, L’officina della memoria Foligno; Monica Giansanti, insegnante; Massimo Ilardi, sociologo; Carlo Innocenti, ricercatore; Eugenio Iorio, docente Univ. Bari; Andrea Lassandari, giuslavorista Univ. Bologna; Fabrizio Lemme, docente Univ. Siena; Guido Liguori, storico del pensiero politico; Paolo Lucchesi, docente Univ. Roma Tre; Giorgio Lunghini, economista; Fabio Marcelli, docente Univ. La Sapienza; Oscar Marchisio, economista; Graziosi Marina, insegnante femminista; Carlo Marino, docente Univ. Palermo; Grado Marletto, economista; Luigi Mascilli Migliorini, storico; Pietro Masina, docente Univ. Orientale; Corrado Mauceri, Ass. Per la Scuola della Repubblica; Giovanni Mazzetti, economista; Danielle Mazzonis, ricercatrice; Monica Mc Britton, giuslavorista Univ. Salento; Lodovico (Lodo) Meneghetti, urbanista; Sandro Morelli, direttore rivista “Quale Stato”; Giovanni Naccari, giurista; Luca Nivarra, giuslavorista Univ. Palermo; Alberto Olivetti , docente Univ. Siena; Maurizio Oliviero, docente Univ. Perugia; Guido Ortona, docente Univ. Piemonte Orientale; Stefano Ossicini, fisico Univ. Modena e Reggio Emilia; Renzo Paris, poeta, narratore e saggista; Tonino Perna, docente Univ. Messina; Riccardo Petrella, docente Univ. Lovanio; Roberto Felice Pizzuti, economista; Gabriella Poli, presidente IRES Verona; Alessandro Portelli, docente Univ. La Sapienza; Michele Prospero, docente Univ. La Sapienza; Enrico Pugliese, sociologo; Emilio Raimondi, docente Univ. Strasburgo; Giulietta Rak, ricercatrice; Riccardo Realfonzo, docente Univ. Sannio; Massimo Roccella, giuslavorista Univ. Torino; Bernardo Rossi Doria, urbanista; Massimo Ruffini, economista; Marino Ruzzenenti, insegnante; Raffaele Salinari, docente Univ. Urbino; Antonia Sani, Ass. Per la Scuola della Repubblica; Mario Santostasi, pubblicista; Enzo Scanduzza, docente Univ. Sassari; Ernesto Screpanti, docente universitario; Carla Sepe, giurista; Luigi Spedicato, docente Univ. Sannio; Marcello Strazzeri, preside Scienze sociali e Politiche Univ. Sannio; Claudio Strinati, sovrintendente Beni culturali Roma; Francesca Stroffolini, docente universitario; Massimo Taddia, formatore; Gianni Tamino, docente Univ. Padova; Maria Vittoria Tessitore, docente Univ. Roma Tre; Monica Toraldo di Francia, Comitato Nazionale di Bioetica; Carlo Vallauri, storico; Roberto Veneziani, docente University of London; Bruno Veneziani, giuslavorista Univ. Bari; Pasquale Voza, docente Univ. Bari.
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12 aprile 2008
Credo sia necessario, a pochi giorni dal voto, svolgere qualche riflessione
sul cosiddetto “voto utile”.
Contraddicendo se stesso e le sue solenni affermazioni di inizio campagna
elettorale sul “voto per”, il PD è tornato a fare appello al “voto contro”.
Il voto alla Sinistra arcobaleno, secondo Veltroni e Franceschini, impedirebbe
la concentrazione di voti necessaria per battere Berlusconi.
Veltroni, dopo aver scelto consapevolmente di dividere le forze che insieme
avrebbero potuto sconfiggere Berlusconi, rendendosi conto di non essere in
grado da solo di vincere le elezioni, pretende di scaricare sulla Sinistra
Arcobaleno la responsabilità di una purtroppo possibile vittoria della destra
che ricadrà, invece, interamente sulle sue spalle.
A questo punto la scelta a favore del PD rischia di assomigliare più ad un
atto di fede che al frutto di una analisi e di un ragionamento approfonditi.
La scelta del PD di Veltroni di correre da solo, avrebbe, infatti, dovuto
costringere il Cavaliere a giocare sulla difensiva e questo sarebbe stato il
segno che si poteva finalmente uscire da un quindicennio dominato dalla
figura anomala e inaudita di Silvio Berlusconi.
Purtroppo sembra che stia accadendo esattamente il contrario. L’appello
al “voto utile” ne è la dimostrazione.
Il prezzo pagato da Veltroni per la sua scelta di liquidare l’Unione e di
rompere a sinistra è infatti quello di aver consegnato a Berlusconi il pieno
e incontrastato dominio del suo campo politico.
La brutale semplificazione a duopolio del sistema politico italiano,
prefigurato dalla decisione di Veltroni di correre da solo consentirà a
Berlusconi, sia che vinca, sia che perda le elezioni, di rimanere, senza
alcun vero condizionamento, un protagonista indiscusso della vita politica
del Paese.
Le cronache politiche più recenti dimostrano che questo è lo scenario
prefigurato e perseguito dalle scelte del PD di Veltroni.
Meno di quattro mesi fa la coalizione guidata da Berlusconi era talmente a
pezzi da essere definita dal suo leader un “ectoplasma”. Gianfranco Fini,
d’altro canto, qualificava le iniziative dell’uomo di Arcore come “comiche
finali”. Pierferdinando Casini continuava a rivendicare la fine della
leadership di Berlusconi. Soltanto Bossi rimaneva fedele al suo vecchio
capo.
Mentre la CDL e il suo leader affondavano giungeva provvidenziale il
salvagente lanciato da Veltroni con la sua iniziativa per una nuova legge
elettorale.
Che di una nuova legge elettorale ci fosse bisogno non c’è dubbio. I difetti
gravi della legge-porcata li conosciamo tutti.
L’incombere di un referendum imponeva, inoltre, di contrastare in Parlamento
l’ipotesi referendaria di un sistema elettorale fatto su misura delle due
principali formazioni politiche italiane e che non prevedeva nemmeno, come
faceva, invece, la legge Acerbo voluta nel 1925 da Mussolini, una soglia
minima di consensi elettorali per accedere al premio di maggioranza.
Gli atteggiamenti ambigui di Veltroni sul referendum elettorale, l’aver scelto
Silvio Berlusconi come interlocutore privilegiato del dialogo sulla legge
elettorale sono la testimonianza che da parte del leader del PD non si è
smesso di perseguire un sistema elettorale brutalmente semplificatorio che
garantisse a due soli partiti il monopolio della rappresentanza parlamentare
cancellando dal panorama politico tutte le altre forze politiche.
Si poteva agire diversamente da come ha agito Veltroni e il suo PD?
Sarebbe sicuramente stato possibile percorrere la strada di un sistema
elettorale – istituzionale sul modello tedesco che avrebbe garantito
all’Italia quella semplificazione e quella stabilità sufficienti a non
uccidere il principio di rappresentatività del nostro Parlamento.
Ciò avrebbe comportato che sulla legge elettorale si mollasse Berlusconi come
interlocutore privilegiato e che, nel centro – destra si aprisse un dialogo
con altri interlocutori.
L’opposizione sostanziale di Veltroni al modello tedesco, nonostante vi
fossero nel suo partito voci autorevoli che lo sostenevano, la sua esplicita
dichiarazione che non si poteva fare nessuna legge elettorale senza Silvio
Berlusconi, la miopia politica di qualche settore della maggioranza che non
aveva creduto alla volontà di leader del PD di andare da solo alle elezioni,
hanno fatto fallire il tentativo di dare al nostro Paese una buona legge
elettorale.
Gli effetti di questa scelta sono stati devastanti: una destabilizzazione
drammatica della già fragile coalizione guidata da Romano Prodi e il suo
scivolamento definitivo lungo il piano inclinato della crisi, la
resurrezione politica di Silvio Berlusconi con il ritorno a Canossa di Fini,
elezioni anticipate con la vecchia legge elettorale.
I propositi di riforme elettorali e costituzionali che accomunano i programmi
e le volontà di Berlusconi e di Veltroni, costituiscono un ulteriore prova
che i due stanno lavorando insieme ad uno scenario politico istituzionale
inquietante, dalle forti connotazioni presidenzialiste.
Il rischio è che l’epoca che rischia di chiudere non sia quella di Silvio
Berlusconi, ma quella della Costituzione Repubblicana, della centralità del
Parlamento, del ruolo e della presenza nel nostro Paese di una forte
sinistra.
Il rischio è che si avveri la “profezia” di Franco Rodano quando, nel 1979,
paventava il passaggio ad una “seconda (repubblica) di tipo autoritario e
comunque contraddistinta da gravi limitazioni e distorsioni della democrazia
medesima”.
Per questo viene un po’ da sorridere quando sento dal PD fare appelli al voto
utile per impedire che vinca Berlusconi.
Berlusconi può anche perdere le elezioni, il rischio è che vinca il
berlusconismo e il suo modello di democrazia.
Per questo sostenere, che la “federazione bertinottiana costituisca più un
impedimento che un contributo” all’affermarsi di un’epoca nuova, ha un senso
se si ritiene che la Costituzione repubblicana e il modello di democrazia che
ne discende debbano essere archiviate come espressione di un assetto
anacronistico e vecchio. Non è un mistero per nessuno che Berlusconi e
Veltroni abbiano una comune aspirazione al modello presidenzialistico. C’è
scritto nei reciproci programmi elettorali.
Ma il nostro modello costituzionale non è una vecchia scarpa da gettare via, e
esiste la strada per dare alle nostre istituzioni democratiche stabilità e
rappresentatività, il successo e la forza parlamentare della Sinistra
Arcobaleno non solo non costituiscono un impedimento al cambiamento, ma
saranno quel piede che impedisce alla porta della democrazia italiana di
chiudersi definitivamente.
Di ciò se ne gioverà certamente il Paese, la sua libertà, il livello e la
qualità della sua democrazia.
Ma se ne gioveranno anche quanti nel PD non rinunciano a porsi a sinistra.
Un risultato significativo della Sinistra Arcobaleno, guarirà il PD dal
torcicollo che lo affligge e che lo costringe, come dimostra il suo
programma, a guardare soltanto verso il centro e verso la destra.
E’ ora che il PD volga il suo sguardo a sinistra. Con il voto alla Sinistra
Arcobaleno “si può fare”
Antonello Falomi
Roma, 8 aprile 2008
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11 aprile 2008
Di seguito l’intervista a Fabio Mussi pubblicata su “la Repubblica”:
«Un´intervista inaudita. Franceschini prova forse a prenderci per i fondelli?».
Ha lanciato un appello agli elettori della sinistra.
«No, è un vero e proprio ricatto elettorale. Prima il Pd ci scarica e ora, in extremis, di fronte ad una possibile, probabile sconfitta ecco che mette le mani avanti e si prepara ad addossarci la responsabilità del flop. Se Berlusconi vince, è colpa della sinistra che non vota Veltroni. Ma per favore. Io allora l´accusa la rovescio per intero».
In che modo, ministro?
«Mon ami, Ralph Nader c´est vous, siete voi del Pd. Mica Bertinotti».
Tesi piuttosto ardita. Va spiegata.
«La competizione si sta giocando esattamente con le regole che il Pd ha voluto, le squadre si affrontano con lo schema perseguito ostinatamente da Veltroni: la competizione con Berlusconi senza la sinistra. Non l´abbiamo certo voluta noi la fine del centrosinistra».
Ma anche per Rifondazione e la sinistra, dopo il governo Prodi, la fase dell´Unione era chiusa.
«Con i miei amici della Sinistra arcobaleno ho insistito molto, all´indomani della crisi di governo, per un incontro con Veltroni, per capire che margini c´erano. Noi la mossa l´abbiamo fatta ma dall´altra parte abbiamo trovato un muro. Il leader del Pd, alla fine, fece filtrare l´idea di una separazione consensuale. Ma quando mai: la scelta fu loro. Al diavolo la sinistra. Però stranamente in certi casi i voti della sinistra non olent, non puzzano».
Quando?
«Al comune di Roma, alle regionali in Sicilia, in centinaia di comuni in tutta Italia, dove il Pd si presenta insieme a noi».
La partita fra Veltroni e Berlusconi non si gioca sul filo dei voti?
«Non credo, ma ammesso e non concesso l´uscita di Franceschini è anche tecnicamente sbagliata: al Senato la Sinistra toglierà più seggi al Pdl che al Pd. Conti alla mano. Una ragione in più per impegnarsi al massimo, ovunque, a superare lo sbarramento dell´otto per cento. Scaricare su di noi è troppo facile e comodo, sia in chiave pre-elettorale ma anche post-elettorale…».
Allude ad una resa dei conti all´interno del Pd, in caso di sconfitta?
«Non metto bocca, le dinamiche interne del Pd sono cose che non mi riguardano più. Certo che a rovesciare su di noi i problemi loro, sono piuttosto abituati. Come per i 20 mesi di governo. Avevano 20 ministri su 25, il presidente del Consiglio, due vicepremier. Molti onori e molti oneri. Invece, se a Palazzo Chigi le cose non hanno funzionato, di chi è la colpa? Ma è ovvio: del ministro Mussi, di Ferrero, di Pecoraro. Ma ci sarà in quel partito qualcuno che si assume una responsabilità, ‘adsum qui feci’, come citava spesso Alessandro Natta? Comunque, nelle parole di Franceschini c´è qualcosa di ancora più inquietante, che mi fa rizzare i capelli».
Addirittura?
«Il presidenzialismo di fatto, che si realizzerebbe nel nostro paese con la vittoria di Veltroni o di Berlusconi, al tempo stesso premier, segretario di partito e capo della maggioranza parlamentare. Vorrei ricordare a Franceschini che l´Italia è un regime parlamentare. E che meno di due anni fa abbiamo chiamato il popolo italiano ad un referendum per bocciare la riforma costituzionale della destra, a forte impalcatura presidenzialista. Adesso il vicesegretario pd ci propina l´elogio di tutti i poteri al leader. Ce lo dica: si preparano a ripresentare insieme a Berlusconi quella stessa controriforma bocciata dagli italiani?».
Appello al voto pro-Veltroni rispedito al mittente.
«Di più. Lo faccio io un appello, al vecchio elettorato dei Ds. Date un voto che garantisca le persone che si sentono di sinistra, fate in modo che siano rappresentate, e perché in futuro si possa tenere aperta una prospettiva di governo di centrosinistra. Influendo sulla politica del Pd».
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10 aprile 2008
(di Massimo Roccella)
Lavoro, salari, precarietà sembrano apparentemente sempre più al centro delle preoccupazioni dei leaders che si confrontano in questa campagna elettorale. Vale la pena, allora, di provare a scoprire le carte, cercando di capire che cosa si nasconda dietro le vaghe promesse dei comizi elettorali e il linguaggio, spesso ermetico, dei programmi. Sul Corriere del 4 marzo scorso il prof. Francesco Giavazzi ha sollecitato il PD a superare incertezze e ambiguità: per l’egregio bocconiano, infatti, non bisognerebbe perdere l’occasione della campagna elettorale per mettere a fuoco con chiarezza l’obiettivo di “abolire lo Statuto dei lavoratori … tutto, non solo l’articolo 18, e sostituirlo con regole moderne”. Il suggerimento, accolto con molta attenzione dalla destra, ha suscitato qualche reazione dalle parti del PD, che ne era il vero destinatario (si sa, Giavazzi è un liberista di “sinistra”)? Non sembra di ricordarne alcuna: né di dissenso, né di imbarazzo, men che meno di sdegnata ripulsa: come in fondo ci si sarebbe potuto aspettare da un partito che, pur nella sua proclamata equidistanza fra capitale e lavoro, vanta ancora solidi legami con il mondo sindacale. Fatto è che quelle mancate reazioni hanno tutta l’aria di un inconfessabile silenzio-assenso. Il “liberismo di sinistra”, à la Giavazzi, non può infatti essere davvero contestato da un partito che sceglie di candidare, assegnandogli poi un ruolo di rilievo nella messa a punto delle proprie iniziative programmatiche, un giuslavorista, il cui impegno di studioso è stato legato soprattutto al tentativo di argomentare la necessità di liberalizzare il mercato del lavoro, restituendo agli imprenditori il potere di licenziare senza giustificato motivo. Per accontentare il prof. Giavazzi, infatti, la cancellazione dell’art. 18 sarebbe più che sufficiente: essendo ben noto (perlomeno a qualsiasi sindacalista e ai giuslavoristi non formalisti) che senza la protezione offerta dall’art. 18 i lavoratori si troverebbero nell’impossibilità sostanziale di esercitare qualsiasi altro diritto garantito dallo Statuto e i sindacati vedrebbero ridotta al lumicino la propria capacità di operare nei luoghi di lavoro.
Non sono, com’è ovvio, le idee che Pietro Ichino, con tenacia e del tutto legittimamente, da tempo sostiene a rappresentare un problema: il problema piuttosto sta proprio nelle idee del PD. A quanti hanno aderito a questo partito, o pensano di votarlo, ritenendo che si tratti di una forza politica di sinistra, sia pure moderata, o almeno di centro-sinistra, e che cercano di esorcizzare il disagio causato dalla contiguità con posizioni di schietta impronta neo-liberista rifugiandosi in corner (ripetendo a se stessi che “il PD è un grande partito dove convivono posizioni diverse” e che, comunque, “quelle non sono le posizioni ufficiali del PD”), la lettura del programma elettorale del PD è destinata a riservare amare sorprese. Si consideri proprio la questione della flessibilità in uscita (della disciplina dei licenziamenti in parole più comprensibili), che il PD intende affrontare ispirandosi all’idea “europea” della flexicurity. Nel medesimo contesto programmatico, peraltro, ci si ripromette di “riqualificare e ridurre la spesa pubblica”, quantificando l’obiettivo in “mezzo punto di PIL di spesa corrente primaria in meno nel primo anno, un punto nel secondo e un punto nel terzo”; di raggiungere un “sostanziale pareggio di bilancio”; di procedere ad una graduale riduzione delle aliquote IRPEF (per tutti, senza distinzione fra chi le imposte le paga e chi evade) in misura pari ad “un punto in meno all’anno per tre anni”. Come si concilia quest’insieme di proposte con la prospettiva della flexicurity? La risposta è semplice: non si concilia affatto, dal momento che i documenti ufficiali della Commissione europea (qualcuno dalle parti del PD dovrebbe pur averci dato un’occhiata) non si stancano di ricordare che le politiche di flexicurity sono molto costose e, di conseguenza, comportano necessariamente un rilevante impiego di risorse pubbliche, tanto più ingente per un paese come il nostro, ove la spesa sociale si attesta attualmente su livelli inferiori alla media europea. Si aggiunga che, a meno di non volerla ridurre ad una formula passepartout funzionale a politiche di mera deregolazione del mercato del lavoro, la flexicurity è finanziabile solo in sistemi ove la fedeltà fiscale media è particolarmente elevata e l’imposizione, fortemente progressiva, si spinge sino a fissare aliquote marginali superiori al 50% (come in Danimarca). Può darsi che qualcuna delle teste pensanti del PD, più che all’Europa, abbia pensato di ispirarsi al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Trattandosi peraltro di questioni terrene, che è giusto giudicare con criteri strettamente umani, non si può fare a meno di concludere che nel programma del PD sia stata incorporata, senza farne esplicita menzione, la versione giavazziana del modello danese: una micidiale mistura fatta di tanta flexy e pochissima security. Con quelle indicazioni di politica economica, invero, anziché finanziare la flexicurity, si renderebbe piuttosto inevitabile incidere sulle partite fondamentali del bilancio pubblico (pensioni, stipendi degli addetti alle pubbliche amministrazioni, scuola, università, ricerca, ecc.): il che, del resto, traspare fra le pieghe del programma democratico, ove si allude quasi di sfuggita, come se si trattasse di un dettaglio, alla prospettiva di rimpiazzare il turnover nelle pubbliche amministrazioni in maniera parziale e selettiva (al 50%). Si vuole, insomma, risparmiare sulla spesa per stipendi, diminuendo il numero degli impiegati pubblici: quand’è ben noto che essi sono sicuramente mal distribuiti, ma non sono affatto troppi, risultando anzi il loro numero complessivo assai inferiore a quello dei più sviluppati paesi europei (una voce molto autorevole, ma forse poco ascoltata nel PD, come quella di Franco Bassanini ha, ancora di recente, ricordato che l’ Italia ha un milione e mezzo di dipendenti pubblici in meno rispetto alla Gran Bretagna, due milioni in meno rispetto alla Francia; quanto alla spesa per stipendi, essa è inferiore di quasi 4 punti di PIL rispetto a quella francese, 5 punti in meno rispetto alla Danimarca, 6 punti in meno rispetto alla Svezia).
Il tandem Veltroni-Franceschini, tuttavia, quanto più si avvicina la scadenza di aprile, tanto più insiste sulle questioni della precarietà del lavoro e dell’emergenza salariale: peccato che, per essere creduti, occorra essere credibili oppure sperare nella memoria corta di chi ti ascolta.
Si prenda, ad esempio, la questione dei contratti a termine, nei confronti dei quali il programma del PD leva un grido di dolore, facendo seguire la proposta che “i contratti temporanei dovrebbero essere utilizzati soltanto per prestazioni lavorative veramente a termine, riducendone la durata massima a due anni”. Domanda: che cosa ha impedito al PD di contrastare l’abuso dei contratti a termine nella legislatura che è ormai alle nostre spalle? E’ stata forse la Sinistra (dalla quale il tandem non cessa, ad ogni piè sospinto, di ricordare di essersi felicemente separato) ad impedire il varo di una normativa rigorosa in linea con gli impegni assunti nel programma di governo dell’Unione? O non è forse stato il PD a comportarsi, giorno per giorno, come se quel programma fosse stato scritto con inchiostro simpatico, in particolare imponendo, nel contesto del Protocollo welfare e nonostante l’aperta contrarietà della Cgil, quelle regole che consentono oggi di prolungare l’impiego in forma precaria di un lavoratore, mediamente, per un’ottantina di mesi?
Quanto a quell’altro aspetto della precarietà, costituito dal fenomeno del falso lavoro autonomo, la proposta PD di riconoscere ai lavoratori a progetto un compenso minimo senza incidere sulla loro condizione giuridica (ovvero lasciandoli nella condizione di falsi lavoratori autonomi) si rivela più arretrata persino rispetto alle posizioni che emergono dalla parte più aperta del mondo delle imprese. E’ di pochi giorni fa la richiesta della multinazionale francese Teleperformance (attiva anche in Italia con oltre 3.000 addetti) di superare la ben nota circolare Damiano sui call center (quella che distingue, del tutto artificiosamente, fra lavoratori inbound, che ricevono le telefonate, e lavoratori outbound, che le telefonate le fanno), previo riconoscimento che tutti gli operatori del settore, outbound compresi, sono lavoratori subordinati. La proposta contenuta nel programma della Sinistra l’Arcobaleno va proprio in questa direzione nel momento stesso in cui sostiene la necessità di ricondurre tutto il falso lavoro autonomo all’area di quello subordinato e delle relative tutele. E’ del tutto evidente che proposte del genere non hanno nulla di estremista o di massimalista: purtroppo – spiace doverlo constatare – tanto basta per rendere evidente la distanza che separa il “riformismo” pallido ed esangue del PD dall’impegno per una nuova stagione di diritti sociali e del lavoro, che costituisce il tratto unificante delle proposte della Sinistra l’Arcobaleno.
E che dire della condizione salariale disastrosa di gran parte del lavoro dipendente? Il dato inconfutabile è avvertito anche dai dirigenti del PD: i quali peraltro, programma alla mano, si propongono di farvi fronte incentivando sul piano fiscale la contrattazione di secondo livello: ovvero con un rimedio che per un verso si tradurrebbe in un’indebita forma di pressione su scelte, quali quelle sulla struttura della contrattazione collettiva e i rapporti fra livelli della stessa, che dovrebbero sempre essere lasciate alla più piena autonomia di valutazione dei sindacati; per l’altro, nelle concrete condizioni economico-produttive del nostro paese, comporterebbe, per ragioni fin troppo note, un aumento delle disuguaglianze e un’ulteriore perdita di funzione del sindacato come autorità salariale.
La verità è che, anche grazie a certe dichiarazioni (come quella di Veltroni sull’impegno del PD a correre da solo alle elezioni), il governo Prodi è stato consapevolmente affossato proprio quando, dopo un biennio dominato in maniera pressoché esclusiva dalle politiche di risanamento finanziario, stavano aprendosi spazi per intervenire in maniera più incisiva sulla condizione economica dei lavoratori a reddito fisso. Ancora una volta la politica dei due tempi ha mostrato soltanto il primo: e il PD ne porta la responsabilità primaria, per come ha governato (controllando la gran parte della compagine ministeriale e tutti i dicasteri rilevanti per le scelte di politica economica) e per essersi poi ritratto, correndo verso le elezioni anticipate, nel momento in cui potevano attuarsi scelte di riequilibrio sociale: salvo poi versare in campagna elettorale lacrime di coccodrillo sulla condizione dei lavoratori.
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8 aprile 2008
‘La campagna del Pd e’ sempre piu’ orientata contro la sinistra, anche a prezzo di falsificazioni dei dati politici e istituzionali. Prima Veltroni ci ha accusato di aver fatto cadere il governo Prodi, quando la verita’ e’ che e’ caduto per il voto contrario dell’Udeur e di 3 senatori della destra del Pd, senza che Veltroni – che era da 5 mesi segretario di quel partito – abbia mosso un dito per difenderlo. Ora il suo vice Franceschini chiede il voto utile contro la sinistra. La sua intervista a Repubblica contiene tre informazioni infondate e scorrette’. Lo afferma in una nota Cesare Salvi della sinistra Arcobaleno.
‘La prima -approfondisce- e’ che dice che si vota per eleggere un presidente, mentre si vota per il parlamento: tanto e’ vero che in caso di pareggio il premier potrebbe non essere ne’ Berlusconi ne’ Veltroni, ma una terza persona. La seconda e’ che, dopo aver rifiutato l’alleanza con la sinistra, chiede agli elettori di sinistra di portare in parlamento il presidente di Federmeccanica, un generale reazionario e una nutrita pattuglia di teodem. Eppure Giorgio Napolitano aveva sentito il dovere di ricordare che argomenti come questi falsificano la regola fondamentale della democrazia, per la quale tutti i voti sono utili se corrispondono alle idee di chi le esprime’.
‘In terzo luogo c’e’ una falsificazione dei meccanismi della legge elettorale: se la sinistra l’Arcobaleno superera’ le soglie di sbarramento, in particolare al Senato, almeno la meta’ piu’ uno dei seggi sara’ tolta a Berlusconi, rendendogli cosi’ piu’ difficile avere la maggioranza in Senato -conclue Salvi- La verita’ e che questi attacchi inconsulti confermano che nessuna rimonta del Pd c’e’ stata e che l’errore di rompere a sinistra e’ grave e foriero di conseguenze.
A questo errore si reagisce dando piu’ forza alla sinistra e non illudendosi di cancellarla’.
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7 aprile 2008
“A Franceschini voglio dire con chiarezza che se le elezioni saranno vinte da Berlusconi questo accadrà grazie al fatto che il Pd ha deciso di rompere con la Sinistra ; ho l’impressione che i risultati elettorali del 13 e 14 aprile dimostreranno questa elementare verità”.
Così Carlo Leoni, candidato della Sinistra l’Arcobaleno nella circoscrizione Lazio 1, replica all’intervista che il numero due del Pd, Dario Franceschini, ha rilasciato questa mattina su Repubblica. Sentendo avvicinarsi una probabile sconfitta, i democratici sparano alzo zero contro la Sinistra l’Arcobaleno, cercando di far dimenticare agli elettori che è stato proprio Veltroni, con la sua scelta suicida di correre da solo, a consegnare, di fatto, il Paese a Berlusconi.
“In molti si accorgeranno purtroppo che se il Pd si fosse alleato con la Sinistra l’Arcobaleno non si sarebbe regalata per l’ennesima volta, come accadde già nel 2001, la vittoria a Silvio Berlusconi – continua Leoni -.
La maggioranza degli italiani non vuole la destra al governo, ma per raggiungere questo obiettivo bisognava unire le forze e non dividerle come ha fatto il Pd che poi, alla fine, invece di andare da solo alle elezioni, come aveva promesso, ha costruito una intesa spuria e confusa con Di Pietro e con Pannella.
Invece che fare del terrorismo agitando ora lo spauracchio di Berlusconi, come fa Dario Franceschini, il gruppo dirigente del Pd farebbe meglio, in coerenza con le proprie scelte, ad assumersi la responsabilità del vantaggio che hanno donato al Cavaliere”.
Dello stesso avviso di Leoni, anche Oliviero Diliberto che afferma: “‘Ma come, prima ci cacciano e non vogliono fare l’accordo con noi e adesso ci dicono che se perdono e vince Berlusconi e’ colpa nostra. Franceschini ha una bella faccia tosta a dire che noi siamo come Nader. Se la bugia fosse un reato, oggi a Franceschini dovrebbero dare l’ergastolo”, e aggiunge: “Franceschini dimentica che sono stati Veltroni e il Pd a decidere di presentarsi alle elezioni senza di noi. Attenzione, non da soli, ma senza la Sinistra”.
Titti Di Salvo, capolista alla Camera in Piemonte 2, attacca: “Ma come si permette? Franceschini e il gruppo dirigente del Pd tentano ora di scaricare la colpa per l’imminente sconfitta elettorale che loro stessi hanno causato. La responsabilita’ di riconsegnare il Paese a Berlusconi e’ infatti dei vertici del Pd che, con presunzione e arroganza, hanno rifiutato l’accordo con la Sinistra. Aggredire ora la Sinistra non gli servira’ ne’ a recuperare voti ne’ ad evitare la resa dei conti interna al Pd dopo la sconfitta – continua Titti Di Salvo -.
E, a proposito delle responsabilita’ sulle difficolta’ del Governo Prodi, ricordiamolo: e’ stato Franceschini, in questi due anni da Capogruppo alla Camera del Pd, ad evitare che si approvasse la legge sul conflitto di interessi e la tassazione sulle rendite finanziarie”.
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