31 marzo 2008

Elezioni, in gioco la partita dell’acqua

Categoria: La Sinistra, Partito Democratico Luca Ceccarelli @ 7:27

Marco Bersani (ATTAC ITALIA – tratta da “il manifesto”)

Non so se davvero, come racconta il mio amico Alex Zanotelli, Walter Veltroni abbia pianto nelle baraccopoli di Nairobi, prive di acqua potabile. Immagino l’abbia fatto pacatamente e serenamente, come si conviene a una persona che ha fatto della negazione delle passioni forti, fino all’annullamento del conflitto sociale, la cifra della sua candidatura a premier.

Altrettanto pacatamente e serenamente, il «nostro» in questi anni si è prodigato per consegnare il bene comune acqua nelle feroci mani del mercato, trasformando Acea – l’ex municipalizzata del comune di Roma – in una holding multinazionale che ha comprato l’acqua in Armenia e in Albania, in Perù e in Honduras. Così come, in stretta alleanza con la multinazionale francese Suez, ha «condizionato un quarto delle gare in Italia per la gestione del servizio idrico integrato», come recita la recente sentenza dell’Antitrust che le ha comminato oltre otto milioni di euro di multa.
Seguace della conclamata «modernizzazione» del paese, Walter Veltroni ha favorito l’espansione di Acea in tutto il Lazio, in Umbria e in Campania, fino a firmare col suo omologo fiorentino, Domenici, un protocollo d’intesa per l’unificazione degli Ato toscani, il cui unico denominatore comune è rappresentato dal socio privato. Acea, per l’appunto. A poco vale dunque appellarsi al cuore del principe (altrimenti perché non fare altrettanto con il re dell’altro polo?). Vale più la pena guardare in faccia la realtà e leggere i programmi elettorali, nei quali – nero su bianco – si parla espressamente di privatizzazione dell’acqua, sia che a dirlo sia il «pacato» Pd, sia che a affermarlo sia l’arrogante Pdl.
D’altronde, lo straordinario popolo dell’acqua che in questi anni ha prodotto una mobilitazione senza precedenti, intrecciando le decine di conflitti territoriali per costruire su di esse una vertenza e un movimento nazionale, ha consapevolmente scelto l’autonomia come cifra del suo agire e come humus per la ricostruzione di una democrazia dal basso, fondata sulla partecipazione sociale.
Non è un popolo che esprime un’esigenza e chiede a qualcun altro di ascoltarla. E’ un movimento che vuole aprire varchi nella crisi verticale della democrazia rappresentativa, per comporre, sulla difesa e la ripubblicizzazione dell’acqua e dei beni comuni, un altro modello di organizzazione sociale, nuove relazioni che contrastino la solitudine competitiva, una politica radicalmente partecipativa.
La forza di questo movimento è resa evidente anche dal programma della Sinistra Arcobaleno, nel quale, andando ben oltre il generico appello alla proprietà e gestione pubblica dell’acqua contenuto nel vecchio programma dell’Unione, si parla espressamente di ripubblicizzazione dell’acqua e di ancoraggio alla legge d’iniziativa popolare promossa dal movimento per l’acqua.
Lo stesso candidato premier Bertinotti, nel ribadirne il concetto sulle pagine del manifesto, ha preso un fondamentale impegno in questa direzione.
E’ un punto di partenza importante e positivo, ma che abbisogna di ulteriori passi affinché diventi pratica e politica concreta in tutti i territori. Perché sarà soprattutto dentro gli enti locali che la partita dell’acqua – e paradigmaticamente di tutti i beni comuni – si giocherà nel prossimo futuro.
In molti di questi territori, dove la Sinistra Arcobaleno si troverà a amministrare le città assieme al Partito democratico, un forte ancoraggio agli obiettivi e alle pratiche dei movimenti sarà l’unica possibilità per il nuovo soggetto di evitare il ripetersi della sconfitta dell’esperienza di governo e di reimmergersi dentro la fertilità del conflitto sociale.
Che ci sarà, checché ne pensi Veltroni.

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26 marzo 2008

Uòlter vuole abbassare le pensioni ai giovani

Categoria: La Sinistra, Partito Democratico Luca Ceccarelli @ 16:59

Perché il Pd non si è battuto per utilizzare il tesoretto per aumentare i salari e le pensioni?

Una lettura attenta del testo consegnato oggi alla conferenza stampa di Veltroni sulle pensioni rivela un aspetto assai preoccupante per quanto riguarda l’ammontare delle pensioni contributive future.
il meccanismo è tale da ridurre il calcolo della pensione di base. I giovani potrebbero così arrivare ad avere nel sistema contributivo addirittura pensioni più basse di quelle previste con l’attuale calcolo.
Per chi ci ha più volte rimproverato di proteggere troppo gli anziani e poco i giovani appare davvero singolare proporre di salvaguardare il potere di acquisto delle pensioni riducendone però l’ammontare di base. Perciò chiediamo a Veltroni perché,  invece di avventurarsi in strane proposte, non ha insistito di più per redistribuire il tesoretto su salari e pensioni già in questa legislatura?
Il programma de la Sinistra, l’Arcobaleno,  invece, prevede un aumento delle pensioni più  basse ed un meccanismo di rivalutazione legato al PIL e all’inflazione reale, valutata su un paniere di beni esenziali.
Saranno il prossimo Parlamento ed il confronto con le parti sociali ad individuare gli strumenti per affrontare un problema ineludibile: la riduzione della domanda interna a causa della perdita progressiva del potere d’acquisto delle pensioni (circa il 30% negli ultimi 15 anni), in un paese dove il 205 della popolazione è ultrasessantacinquenne.

Betty Leone, capolista Sinistra Arcobaleno per la Camera in Abruzzo

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25 marzo 2008

Contro la mafia e la camorra la Sinistra Arcobaleno ha fatto una scelta di parte

Categoria: La Sinistra Luca Ceccarelli @ 20:41

(di Carlo Leoni)

Il senatore Tommaso Sodano, capolista in Campania per la Sinistra l’Arcobaleno, è stato fatto oggetto per ben due volte, l’ultima la mattina di Pasqua, di pesanti minacce di morte da parte di esponenti della criminalità organizzata che hanno lasciato una busta con numerosi proiettili presso la sede del comitato elettorale a Pomigliano.
Sodano è impegnato da anni in Parlamento, prima come componente della Commissione sui rifiuti e poi come Presidente della Commissione ambiente di Palazzo Madama, nella lotta alle ecomafie e all’intreccio perverso tra politica e affari che ha prodotto la situazione drammatica dei rifiuti in Campania. E’ chiaro che per questa sua attività a difesa dell’ambiente e della legalità, Sodano ha pestato i piedi a interessi corposi e a una rete di illegalità assai redditizia e per questo viene oggi minacciato.
In una conferenza stampa che si è svolta stamattina alla Camera la Sinistra l’Arcobaleno ha espresso la sua ferma condanna per queste reiterate minacce e ha voluto far sapere a tutti che in questa battaglia Sodano non è solo ma ha al suo fianco tutta la sinistra e le tante associazioni della società civile che si battono per liberare dalle cosche la Campania e tutto il territorio nazionale.
Più in generale la Sinistra ha ribadito la sua “scelta di parte” contro tutte le mafie. Lo abbiamo scritto a chiare lettere nel nostro programma, lo abbiamo reso evidente candidando nelle nostre liste persone come Rita Borsellino, Claudio Fava e Francesco Forgione e partecipando in tanti alla manifestazione nazionale di Libera a Bari in ricordo di tutte le vittime della mafia.
La mafia non è una organizzazione criminale come le altre : si nutre di rapporti con settori potenti della politica e dell’economia. Riusciremo a sconfiggerla una volta per tutte soltanto il giorno in cui tutti gli imprenditori e tutti i partiti decideranno di recidere ogni collegamento e ogni comportamento ambiguo verso le organizzazioni criminali.
Altro che lavavetri e clandestini ! La vera minaccia alla legalità democratica e al benessere dei cittadini viene ancora dalle mafie.
Per la Sinistra tagliare i tentacoli della Piovra è una priorità assoluta.

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22 marzo 2008

Il simbolo della pace compie 50 anni. Mai così attuale

Categoria: La Sinistra Luca Ceccarelli @ 18:28

Dobbiamo occuparci sempre più della pace. Quella pace che è come non mai messa in discussione, dietro il cui nome si nascondono le guerre e si calpesta l’art.11 della nostra Costituzione. Non che sia l’unico attacco alla nostra Carta Costituzionale, del resto….

Per questo, festeggiamo i 50 anni del simbolo che, da sempre, rappresenta la pace nel mondo contro tutte le guerre.

Ecco il racconto di questo simbolo, da Adnkronos:

Mezzo secolo e ancora contemporaneo. Compie cinquant’anni il simbolo della pace, composto da una linea verticale e due linee inclinate verso il basso, inscritte in un cerchio. Diventato negli anni uno dei loghi più conosciuti, associato all’America degli anni ‘60 e alla cultura hippie, nasce in realtà in Gran Bretagna nel 1958 come simbolo della Cnd (Campaign for nuclear Disarmement), organizzazione pacifista che aveva tra i suoi promotori il filosofo Bertrand Russell (1872-1970). Il primo utilizzo pubblico del simbolo risale infatti alla marcia di Aldermaston, località sede di una base militare e di una fabbrica di armi nucleari, in Inghilterra, come descritto in un articolo sulla manifestazione dal ‘Manchester Guardian’.A inventare il simbolo, che è riuscito a imporsi sul suo più diretto concorrente, la colomba della pace di Picasso, è stato Gerald Holtom. Obiettore di coscienza durante la Seconda guerra mondiale, decisione non scontata per quei tempi, Holtom, al termine del conflitto si avvicinò al Cnd diventandone presto attivista. Ai membri dell’organizzazione propose uno strano logo disegnato, qualche tempo prima, in nome della pace. L’idea nacque dopo aver studiato l’opera di Goya sui popolani madrileni fucilati dalle truppe di Napoleone. In particolare, la sua attenzione cadde su due personaggi: uno morto con le braccia abbassate e un altro vivo con le braccia alzate. Stilizzando tali posizioni e ispirandosi alla gestualità che i marinai utilizzano per comunicare a distanza tramite le bandierine (la lettera ‘N’ di ‘nuclear’, indicata dalla linea verticale, la lettera ‘D’ di ‘disarmament’, corrispondente alle linee inclinate, e il cerchio che rappresenta la parola ‘globale’), realizzò il simbolo della pace che i pacifisti inglesi riprodussero durante le marce da Londra ad Aldermaston. Proprio nel 1958 vennero realizzati i primi distintivi in ceramica con il simbolo della pace. Oggetti che furono distribuiti con un foglietto ‘di istruzioni’ nel quale si spiegava che in caso di disastro atomico quello sarebbe stato uno dei pochi manufatti umani a restare integro. Alle marce tra Londra e Aldermaston parteciparono molte persone tra cui un collaboratore di Martin Luther King, Bayard Rustin, che, affascinato dall’idea, ‘esportò’ il simbolo negli Stati Uniti dove venne adottato dagli attivisti per i diritti civili. Nella metà degli anni ‘60, comparve nelle dimostrazioni contro la guerra del Vietnam, dipinto sulle bandiere americane, sui vestiti dei contestatori e persino sugli elmetti dei militari impegnati al fronte, oltre che su milioni di spille, magliette, affiancato allo slogan “Fate l’amore non fate la guerra”, mobili e tessuti di arredamento, portaceneri, asciugamani. Nello stesso periodo, ‘sponsorizzate’ dalle chiese fondamentaliste americane, nacquero leggende circa supposte origini sataniche del simbolo, visto che con molta fantasia lo si può interpretare come una croce spezzata. Ma il successo popolare continua da mezzo secolo, sui muri di Sarajevo e di Timor Est, nelle manifestazioni, sui diari o gli zainetti dei ragazzi. E la cosa curiosa è che nessuno, né Holtom né la Cnd, ha mai registrato il marchio.Secondo il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, nonostante il mezzo secolo di vita, quello della pace “non è affatto un simbolo sorpassato e, anzi, è entrato a pieno titolo nella modernità”. Ferrero spiega all’ADNKRONOS che “nella società di oggi i ‘valori’ e i simboli hanno più valore di un tempo. La società ha bisogno di identificazioni simboliche”. “Sia come simbolo pacifista che come simbolo antimilitarista” – afferma Ferrero – il simbolo della pace “fa parte del vissuto contemporaneo e non è affatto stato ‘soppiantato’ dalla bandiera con i colori dell’iride. La bandiera – spiega – ha una caratterizzazione più nettamente pacifista o, se si vuole buonista. Mentre il simbolo della pace ha anche una carica antimilitarista, è simbolo dell’obiezione di coscienza. Non solo quindi ricerca della pace, ma rifiuto delle armi, dell’impegno personale contro l’uso delle violenza e per il riconoscimento dei diritti”.E conclude: “E’ un simbolo che ho incontrato dappertutto: in Europa come in America. E’ un simbolo universale, riconosciuto in tutto il mondo. E questo – sottolinea – è fose dovuto proprio al fatto che non è stato mai registrato. Non è di nessuno quindi è di tutti”.

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21 marzo 2008

Si è svegliata pure l’Authority (forse)

Categoria: La Sinistra Luca Ceccarelli @ 16:48

(ASCA) – Roma, 21 mar – L’Autorita’ per le garanzie nelle comunicazioni ha richiamato le emittenti radiotelevisive pubbliche e private al rispetto delle norme della par condicio e ”all’immediato riequilibrio dell’informazione politica tra tutte le liste partecipanti alla campagna elettorale”. ”Dal monitoraggio della prima settimana dell’ultima fase della campagna elettorale – spiega l’AGCOM – dopo la presentazione delle liste, particolarmente per quanto riguarda la presenza nei notiziari delle forze politiche, emergono dati di forte squilibrio sia tra le due forze politiche maggiori e il complesso delle altre sia nel rapporto tra queste ultime sia, anche, in una certa misura, tra il PDL e il PD a favore del primo”.

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20 marzo 2008

Gli spinaci di Veltroni

Categoria: Partito Democratico Luca Ceccarelli @ 9:05

(di G.Zagato)

Flaubert l’ha scritto più d’un secolo fa ma Veltroni – ogni giorno che passa ne troviamo conferma – se l’è riletto all’inizio di questa stranissima  campagna elettorale e ne tiene copia pronta all’uso in qualche tavolino del pullman. E’ Il dizionario dei luoghi comuni, libro più che caro al suo autore. Il quale, una volta affrontato l’argomento, rimase colpito dalla sua immensità. Talmente colpito  che il tomo fu pubblicato postumo e naturalmente incompleto. E’ uno di quei lavori work in progress che richiedono costanti aggiornamenti, tipici di un’opera eternamente incompiuta. Anni fa ci provò Ennio Flaiano, oggi sembra toccare a Veltroni, nel capitolo che in senso lato chiameremo la politica. Il dizionario flaubertiano potrebbe essere  così definito: come avere verità semplici semplici  in un mondo sempre più complesso. Un primo segnale ci fu dato una sera dai telegiornali. Era il tempo del Veltroni che corre da solo mentre Bettini nel loft trattava  con Di Pietro, i radicali, i socialisti. Veltroni contro la pedofilia, fu l’apertura. Nessuno degli altri leader trovò la forza di contraddirlo affermando l’opposto. Giorni dopo a Verona i telegiornali riportarono di Veltroni, testuale, il seguente pensiero: ogni volta che mi trovo davanti un aggressore e un aggredito non ho dubbi: sto dalla parte dell’aggredito. Convincente l’argomento, convinto, unanime e prolungato l’applauso dell’intero gremitissimo teatro. Era cominciata la tourné nel profondo e produttivo  nord est del paese e se c’era un tema, dopo aver liquidato così  quello della sicurezza, che non si poteva non affrontare era il tema del sociale in tutta la sua articolazione.  Il lavoro, il precariato, il salario, l’operaio e imprenditore.  La partita si gioca qui, più che altrove e Walter lo sa bene.  Per che altro, se non per questo, Nerozzi e Calearo sono stati messi lì a pugnare insieme?  L’uno una vita passata  nel sindacato a chiedere l’aumento del salario operaio, l’altro una vita passata a negarlo. Due secoli di moderno conflitto sociale definitivamente chiusi – è la prima volta in Europa – dalla foto che li ritrae cacciatori di voti per lo stesso partito. Rischiava di diventare pazzo Veltroni solo a sentir parlare di padroni ancora in giro per il mondo e così questi due tranquilli operatori del sociale, noti per la loro mansuetudine, due bonaccioni della trattativa, hanno dato il via con la loro vigorosa stretta di mano  a quel patto tra produttori che rappresenta il cuore della proposta programmatica del partito democratico. Il conflitto sociale, potrebbe dire prima o poi da qualche gremita piazza Veltroni, teorizzato quasi due secoli or sono da Marx-Engels viene ora finalmente risolto, grazie all’entrata in scena del partito democratico,  da Nerozzi-Calearo.  Anche se, a dire il vero, a parlare per primi del moderno conflitto sociale, inevitabile prodotto della società industriale nelle sue varie forme storiche,  non furono né Marx né Engels bensì Ricardo e Adam Smith.  Veltroni si rilegga Smith, ci ricorda il sociologo del lavoro Luciano Gallino, si imbatterà in questa sua frase: “ Gli operai lottano per aumentare il salario, i padroni per diminuirlo”. Fin qui l’economista e intellettuale liberale inglese. Ecco ora però    Nerozzi e Calearo,  uniti nella lotta,  forgiatori dell’inedita figura sociale dell’operaio padrone, che col salario d’ora in poi se la vede da solo.  Parliamo qui di operaio padrone e non però di padrone operaio, dato che ne aveva già parlato Berlusconi nei sei per tre della precedente campagna elettorale, su questo anche Calearo conviene. We can, dunque. Aspettando Obama e l’America che verrà. Tacendo intanto di Bush e dell’America che c’è. Quella di una banca, tra le prime di quel paese e dunque al mondo,  che il lunedì vale 20 miliardi di dollari e il martedì è a rischio bancarotta. Quella che guida i destini del mondo con un disavanzo pubblico in crescita esponenziale, per la metà frutto di spesa per armamenti e che ha fin qui adottato ricette congiunturali  di rilancio dell’economia scegliendo la strada della guerra. Non una parola. Su questo terreno il luogo comune è più difficile da esercitare e il silenzio allora diventa la cosa giusta. “Non è giusto un paese in cui i salari sono i più bassi d’Europa mentre gli stipendi dei parlamentari sono i più alti”. Vero. Infatti un paese “giusto” è quello dove i salari si alzano fino a raggiungere per lo meno la soglia della dignità umana, prevista dalla Costituzione repubblicana, e gli stipendi ai parlamentari si adeguano a quelli di tutti gli altri paesi europei. Come hanno proposto pochi mesi fa i deputati della sinistra, ottenendo il rifiuto in sede parlamentare di quelli del partito democratico.  Un paese “giusto”  resta tale ignorando questo o quel leader politico che snocciola in campagna elettorale le cifre della sua beneficienza. C’è un pubblico e c’è un privato, sempre. Le opere di beneficienza accrescono di valore quando restano nella discreta ombra, mentre l’equità sociale, fondata non sull’elargizione ma sul diritto, va detta e se necessario anche urlata.  Se il pensiero diventa luogo comune e il partito diviene “interclassista” ,dove operai e padroni spariscono nel conflitto per riemergere affratellati nel patto tra produttori, Nerozzi e Calearo sedere allo stesso banco e votare all’unisono, allora la politica andrà per davvero rivoltata se mai vorrà trovare uno spazio tra predominio economico e fondamentalismo religioso. L’uso del luogo comune, tanta sociologia ce lo dimostra, può servire ad allargare il consenso. E nell’immediato questo può avvenire e può servire. Ma Veltroni dovrebbe pensare di più alla storia degli spinaci. Che siano ricchi di ferro è indubbio. Circa tre milligrammi per ogni etto di foglie. Ma sono meno ricchi dello zucchero o delle lenticchie, delle uova o dei frutti di mare. Ancor meno, molto di meno, della carne. Eppure bastò l’errore di trascrizione di una segretaria – svelato alcune decine d’anni dopo da scienziati tedeschi non proprio convinti – , una virgola fuori posto e tre milligrammi diventano trenta. Bimbi e partorienti costretti a ingurgitare la foglia verde ricca di ferro, un cartone animato di successo che fa il giro del mondo. Uno dei più colossali luoghi comuni. Tolto il quale e ristabilita la verità, si torna a vedere il mondo per com’è. Con gli operai dai salari bassi e i padroni dai crescenti profitti. Senza luoghi comuni resta un mondo che così com’è non può piacere. La politica che vogliamo è quella che può e deve cambiarlo.

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19 marzo 2008

Uòlter come Zapatero? Macchè, in realtà lui al PD fa paura

Categoria: Partito Democratico Luca Ceccarelli @ 15:20

(dall’ASCA):

Anche in questa campagna elettorale, com’era avvenuto in quella del 2006, Jose’ Luis Rodriguez Zapatero non verra’ in Italia a dare una mano ai leader del centrosinistra. La smentita viene direttamente dal loft del Pd, la sede del quartier generale del partito: ”Nessun contatto con Zapatero. Non e’ prevista nessuna manifestazione elettorale con il premier spagnolo”. A differenza delle campagne elettorali dei socialdemocratici tedeschi nel 2005 e dei socialisti francesi nel 2007, in quella del Pd non ci sara’ alcuna iniziativa con il premier spagnolo, confermato nelle elezioni dello scorso 9 marzo e volto nuovo della sinistra europea. Ma sui rapporti tra Pd e socialisti spagnoli potrebbe esserci alla fine una soluzione all’italiana. Se infatti il loft del Pd smentisce l’arrivo in Italia di Zapatero e addirittura che ci fossero contatti con lo staff zapateriano in questo senso, non si esclude pero’ che possa essere Veltroni a recarsi a Madrid per congratularsi per il successo elettorale del leader socialista. La data buona potrebbe essere giovedi’ 10 aprile, giornata in cui si insedia il nuovo Parlamento spagnolo e si inaugura la legislatura. Una stretta di mano tra Veltroni e Zapatero a Madrid e non a Roma e’ ritenuta evidentemente meno compromettente. Poche righe, in un comunicato ufficiale, mettono cosi’ fine alle indiscrezioni sulla manifestazione conclusiva della campagna elettorale di Walter Veltroni che avrebbe dovuto vedere la partecipazione di Zapatero e di Se’gole’ne Royal, leader dei socialisti francesi e amica personale del segretario del Pd. Interpellati su questa eventualita’, avevano intanto espresso un laconico giudizio di ”non opportunita”’ alcuni leader della ex Margherita come Antonello Soro, capogruppo a Montecitorio del Pd, Pierluigi Castagnetti, vicepresidente della Camera, e Giuseppe Fioroni, ministro della Pubblica istruzione. Alla fine, ha prevalso la preoccupazione del Pd – avendo Zapatero in Italia la paradossale immagine di una sorta di Che Guevara del Mediterraneo – di non stressare il proprio elettorato di centro, gia’ messo a dura prova dopo l’accordo con i radicali di Emma Bonino e Marco Pannella. Non e’ stata quindi la considerazione di rinviare a tempi migliori la riapertura del confronto sulla collocazione internazionale del Pd (socialisti o liberali europei?) ad aver fatto scartare l’idea di una iniziativa con Zapatero, quanto piuttosto quella immediata di rassicurare l’elettorato moderato.

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17 marzo 2008

Perchè l’inciucio conviene pure a Berlusconi

Categoria: Gli altri Luca Ceccarelli @ 12:39

Il voto a perdere del caimano

Alessandro Robecchi

Tutte le mattine Silvio Berlusconi si alza, si pettina, si veste, e poi comincia a girare in tondo elaborando febbrilmente una nuova mossa per perdere le elezioni. Barzellette sui precari, arditi e condannati in lista, il trionfale ritorno in Iraq, eccetera eccetera: quei cinque-sette punti di vantaggio che ancora mantiene lo preoccupano molto. Non si può negare che abbia un naso: in Inghilterra e in America le banche scoppiano come pop-corn, la questione salari non è più rinviabile, la recessione incombe, la Borsa fa schifo e si preparano anni incazzosi. Intollerabile. Berlusconi che pronuncia la parola «sacrifici» è come Briatore che si fa francescano, ridono tutti e guardano in giro dov’è lo champagne. La sua modalità è univoca, è il sorriso perenne, il sole in tasca, il «pane e figa per tutti». Se mi diventa triste, pover’uomo, è la fine. Un pareggio, invece, gli consentirebbe di fare quello che fanno i padroni italiani: socializzare le perdite, cioè dividere tutte le rogne con un socio democratico, che si sentirà miracolato e pronto a tutto; e privatizzare i profitti, la Gasparri, il conflitto d’interessi e magari prendersi pure i telefonini e il Quirinale. Se questo è lo scenario, direi che con il mio voto «utile» sono chiamato comunque a votare per Berlusconi, non più nella modalità «feroce caimano», ma in quella più soft di «responsabile statista». Non so dire quella che fa più ridere, ma posso chiedermi, scorrendo le liste del Pd, quali forze bilancerebbero in caso di pareggio lo strapotere berlusconiano. Calearo? Colaninno? Un’istantanea di Pietro Ichino mentre manganella l’articolo 18? La lotta, comunque, sarà senza tregua: perdere quei pochi punti di vantaggio è oggi per Berlusconi un obiettivo essenziale per non trovarsi da solo come un pinguino su un iceberg che si scioglie, al centro dello scontento generale, in piena crisi economica. E’ vecchio, sa che arrivano tempi duri e vorrebbe una badante, foss’anche democratica, accanto a lui, al governo.

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11 marzo 2008

Ping pong elettorale tra Italia e Usa

Categoria: La Sinistra, Partito Democratico Luca Ceccarelli @ 21:40

di Marco d’Eramo

Di questi giorni viene spontaneo confrontare le nostre elezioni politiche alle
primarie statunitensi: nella stampa il paragone serpeggia, quando non è
richiamato più che esplicitamente.
C’è chi, nel campo di Walter Veltroni, anela a identificare il proprio leader
con Barack Obama, grazie anche al celebre verbo ausiliare autonomizzatosi
negli slogan politici: /I can/, o /We can/, a seconda delle versioni (negli
Stati uniti d’America /We can/ è il nome dell’associazione dei senza tetto
che si guadagna da vivere raccogliendo lattine vuote, cioè /cans/. Sarebbe
originale, segno di vera novità, un Partito democratico il cui slogan
fosse “Io lattina”).
In un incontro pubblico Sandro Portelli e io siamo stati accusati di denigrare
Barack Obama e il suo afflato bipartisan solo “per odio a Veltroni”: ma
scherzare? Con tutte le molle con cui va preso il senatore dell’Illinois, il
cui inno al “cambiamento” è di una vaghezza per lo meno sospetta, non c’è
però paragone (per nostra sfortuna) con il Walter nazionale: dove le vedete
le frotte di studenti liceali, le coorti di universitari che si offrono
volontari a Veltroni per andare a fare la campagna porta a porta a Ceppaloni,
scavalcare immondizie nell’hinterland napoletano o sfidare i leghisti in
Valtellina? Vedete forse giovani signore in trance svenire a ogni comizio
dell’ex sindaco di Roma (visto che la domanda “C’è un medico in sala?” è
diventata un appuntamento fisso nei meeting di Obama)? Se c’è una cosa che
separa le primarie Usa dalle nostre elezioni è proprio l’entusiasmo, il
coinvolgimento.

I veri analfabeti della politica
E questo ci porta al secondo genere di confronto elargitoci con spocchiosa
saccenza dai nostalgici del “caso italiano”. Forse i giovani non se lo
ricordano, o non l’hanno mai saputo. Ma c’è stato un periodo in cui l’Italia
(e in particolare la sinistra italiana) dava lezioni di politica al mondo
perché avevamo il partito comunista più autonomo da Mosca e perché la nostra
era la classe operaia più combattiva e più forte d’Europa. A posteriori ci
siamo accorti che il nostro Pci era tanto autonomo dall’Urss che, appena
caduto il muro di Berlino, ha sentito l’impellente bisogno di cambiare nome,
statuto e ragione sociale, e che in realtà avevamo preso per forza di classe
del proletariato italiano quella che era debolezza e inconsistenza della
nostra borghesia (se mai i nostri ricchi sono assurti a quel che Marx
chiamava una “classe”).
Se agli occhi dell’Europa oggi l’Italia costituisce un caso, è grazie a Silvio
Berlusconi – che il sagace popolo italiano, davvero unico al mondo, sta per
riportare al potere per la terza volta -, all’emergenza spazzatura in una
regione governata dalla sinistra da quindici anni, e alla supina acquiescenza
della nostra “borghesia laica” nei confronti del Vaticano, che ci riporta ai
bei tempi dello stato pontificio. Che importa? Ci è rimasto il vizio
d’impartire lezioni politiche urbi et orbi. E poi è irresistibile la
tentazione di catechizzare il paese più potente del mondo: la sindrome di noi
nuovi raffinati elleni precettori di voi nuovi rudi romani (della serie “Io
Jane, tu Tarzan; io Venere, tu Marte”).
Per questi nostri luminari è scontato che gli statunitensi siano analfabeti
politici di fronte a noi che discendiamo da Gramsci e Machiavelli, che il
loro processo di selezione politica sia solo show business, lustrini e spot,
mentre il nostro sarebbe un vero confronto di idee tra politiche alternative.
Noi sì che siamo coscienti della struttura di classe del nostro paese. Basta
prendere i sondaggi che ci affliggono e affliggeranno fino al 13 aprile, e
confrontarli con i sondaggi statunitensi. Fin dall’inizio negli Usa ci viene
spiegato a colpi di percentuali che il blocco sociale che vota Hillary
Clinton è costituito in maggioranza da donne, da persone anziane (sopra i
50), da famiglie che guadagnano meno di 40.000 dollari l’anno, da persone
senza titoli di studio superiore, dalla minoranza ispanica. E ci dicono
invece che Obama è votato soprattutto dai giovani, dai laureati, dai redditi
medioalti, dai neri, dai maschi bianchi: una coalizione di razza e di quelli
che vengono definiti i “Starbucks democrats”, dal nome della catena di caffè
pregiato, luogo di studio per studenti e di pausa per colletti bianchi.

I sondaggi senza profilo sociale
La nozione che dietro ogni candidatura ci sia un blocco sociale che la
sostiene (e che il candidato debba fare gli interessi di questo blocco) è
talmente scontata che ogni giorno i giornali si chiedono se la tale
coalizione sociale si stia sfaldando, oppure se tiene, se si rafforza, se uno
dei due opera sfondamenti nel campo dell’altro. Questo nella politicamente
analfabeta America.
Vediamo nella scafatissima Italia: qualcuno ci ha forse mai rivelato in un
sondaggio il profilo sociale di chi vota per Veltroni o per Berlusconi?
Sappiamo se le donne votano più a destra o a sinistra? Sappiamo come votano i
redditi medio-alti e quelli medio-bassi? E le fasce d’età come si comportano?
In che modo il voto dipende dal livello d’istruzione? Mistero. L’immagine del
voto che ci viene rinviata dallo specchio dei sondaggi è quella di un paese
indistinto, di un magma informe, la cui unica variabile riconosciuta è
territoriale (regioni rosse, nord-est, …). Un flou artistico, non proprio
disinteressato, circonda il profilo sociale dei due campi, centrodestra e
centrosinistra. Questo flou consente di fare gli interessi del “paese”, di
parlare in nome dell’ “azienda Italia” e non delle basi sociali cui ogni
campo dovrebbe rispondere. Mica siamo come quei semplicioni di americani per
cui ogni eletto dovrebbe “passare alla consegna” (deliver) e favorire gli
interessi di chi lo ha votato (la “consegna”, che io sappia, è un metodo
riconosciuto ufficialmente solo per la mafia in Sicilia).
Come disse indignato quel leader della sinistra italiana che voleva condannare
gli “eccessi di laicismo”: “Mica siamo nella Spagna di Zapatero qui!”

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2 marzo 2008

Mussi è tornato. Più combattivo che mai. Bentornato Fabio

Categoria: La Sinistra, Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo Luca Ceccarelli @ 14:00

(da Repubblica.it)
Fabio Mussi, sessant’anni, ministro dell’Università e della ricerca, leader storico del Pci prima e dei Ds poi, nell’aprile 2007 fondatore di Sinistra democratica e poi con Rc, Pdci e Verdi di La Sinistra-L’Arcobaleno, ha subìto il 10 febbraio scorso il doppio trapianto dei reni. Intervento preventivo per evitare la dialisi, un destino che sarebbe stato obbligatorio entro pochi mesi. Questa è la prima intervista che rilascia. Il suo debutto in una campagna che forzatamente lo vede ancora come spettatore. Malato di… politica, Mussi è a Bergamo dove è stato operato anche se non è più ricoverato.

Ministro, come va?
“Sto bene, i due reni nuovi funzionano… Ne approfitto, a 18 giorni dall’intervento chirurgico, per ringraziare di cuore i tanti – compagni, amici e anche avversari politici – da cui ho ricevuto un fiume di messaggi. Quella che sto vivendo è un’esperienza importante. Ho sperimentato qui a Bergamo il valore della scienza italiana e i livelli di qualità raggiunti dal sistema sanitario pubblico. E’ emozionante ricevere, da uno sconosciuto che ha terminato la sua vita, organi che consentono di allungare la tua. E’ un grandissimo atto di altruismo. In futuro testimonierò sempre a favore della cultura della donazione”.

Veltroni l’ha salutata dal palco dell’Assemblea Costituente del Pd, la platea del padiglione 4 del Palafiera di Roma si è alzata in piedi. Qualche rimpianto? Rifarebbe tutto?
“Me l’hanno detto, e mi ha fatto piacere. Se si passano quarant’anni insieme, non ci si può sentire degli estranei. Ma le scelte politiche sono scelte politiche. Non ho rimpianti, e rifarei tutto. Non mi dispiace che al Congresso di Firenze la separazione sia avvenuta senza che volassero stracci: un episodio di civiltà politica in verità piuttosto raro”.

Come trascorre queste giornate di convalescenza?
“Terapie in ospedale, una montagna di medicinali, qualche passeggiata con mia moglie Luana. Poi libri, tv, giornali, telefono, internet”.

Primo scorcio di campagna elettorale. Qualcosa l’ha fatta arrabbiare?
“Il coro. L’inaudito corteo dei media, con cimbali, trombe e pifferi a cantare compatti le lodi di Pd e Pdl. Non si è ancora formato il duopolio e i mezzi di comunicazione sembrano già in monopolio…”.

C’è davvero un rischio duopolio?
“Ho visto una mobilitazione senza precedenti per ridurre a due il sistema politico italiano. Naturalmente non due partiti, ma due aggregati. Da una parte il Pdl di Berlusconi, Fini piu Mussolini, Dini e merci varie, collegate a Lega Nord e Lega Sud. Dall’altra il Pd con dentro i radicali e il tutto collegato con Di Pietro. Gli uni e gli altri intenzionati a fare terra bruciata. Questo è uno schema che non ha eguali in Europa e che provocherebbe un’amputazione della democrazia. Tanto più che in assenza di altre opzioni i due blocchi tenderebbero inesorabilmente a convergere, sul piano politico, culturale, e programmatico. I segni non mancano”.

E’ come se Veltroni e Berlusconi avessero realizzato per via extraparlamentare quella riforma bipolare su cui avevano trovato l’accordo prima di Natale.
“La novità non è il bipolarismo, quello c’era già. La novità è il duopolio. E, com’è avvenuto con le televisioni, temo che il duopolio porti inesorabilmente al trash…”.

Il Pd non ha voluto voi ma imbarca Di Pietro e i Radicali. Perché?
“Perché le affermazioni “andiamo da soli” e “il programma non è trattabile”, erano una bufala. L’obiettivo vero è cancellare la sinistra. Fondamentale è farla fallire”.

Veltroni vi accusa di essere “conservatori”.
“Una boutade. Qualche volta ci accusano di essere conservatori, qualche volta estremisti”.

Siete estremisti?
“Sull’estremismo farei una riflessione: io per esempio trovo piuttosto estremista che una parte grande delle nuove generazioni sia destinata a passare decenni in lavori precari con salari da fame. Trovo moderato che dopo un certo periodo il lavoro e la vita escano dalla precarietà. Trovo estremista che l’Italia sia settima al mondo per spese militari (4° per spese militari pro-capite e 32° per spese in Università e ricerca scientifica). Trovo moderato che si scenda da una parte e si salga dall’altra. Potrei continuare a lungo…”.

Nelle prossime settimane userete fair play con gli ex cugini Ds ora nel Pd?
“Per la verità gli schiaffi li abbiamo già ricevuti da loro: prima una totale chiusura, non dico ad un’intesa ma a un confronto programmatico. Poi una campagna mistificatoria sul “voto utile”. Infine addirittura qualche appello del tipo “votate Pd o Pdl”.

Ha molto da rimproverare?
“Una cosa mi ha parecchio colpito: il Pd, nell’ultima legislatura, ha avuto nelle proprie file 18 ministri su 25, il Presidente del Consiglio, due vicepresidenti, tutti i ministeri chiave, i due gruppi parlamentari più grandi e non si è assunto alcuna responsabilità per i risultati del Governo Prodi, tentando di scaricare tutto sugli alleati (per la verità non tutti, visto che Di Pietro che ha rappresentato uno dei maggiori fattori di instabilità del governo, ha la lista collegata col Pd). Questo non è decoroso. Ogni volta che la Sinistra ha provato a fare qualcosa di più, sui salari, sul precariato, sui diritti civili, sulla ricerca, ha trovato nel Pd un muro. Perché ora dovrebbero essere credibili i mirabolanti annunci?”.

Ieri la Sinistra-L’Arcobaleno, il soggetto unico a sinistra del Pd su cui lei ha tanto investito, ha presentato il suo programma. Parola d’ordine: “Fai una scelta di parte”. Crede veramente che il paese abbia voglia di fare una scelta di parte? Di sentirsi e quindi di definirsi di destra o di sinistra?
“Ma lei ha chiaro qual è l’etimologia della parola “partito”?”.

Vuol dire “di parte”.
“Viene esattamente da “parte”. In una democrazia matura nessun soggetto rappresenta il tutto. E’ una patologia che qualcuno lo pensi. Quanto alla distinzione in “destra” e “sinistra”, si tratta di una delle cose politicamente sensate che valgono da un paio di secoli e che non sono tramontate. Sostituirle con categorie insignificanti – tipo vecchio/nuovo , moderno/antico – è un’autentica truffa. Può dar luogo anche a rappresentazioni suggestive, ma dice poco o niente della vita e del mondo reale”.

Quali sono i punti forti di questo programma su cui punterete?
“Rimessa in valore del lavoro umano e dell’ambiente naturale. Libertà delle persone, il che comporta difesa integrale della laicità dello stato. Lotta senza quartiere contro la corruzione e le mafie. Disarmo e strategie di pace e di cooperazione internazionale”.

Parlate anche di lotta alla precarietà e aumento delle retribuzioni. Con quale copertura finanziaria pensate di farlo considerando che la congiuntura economica internazionale è e sarà pessima?
“Scusi ma lei fa a me questa obiezione?! Qualcuno ha fatto un qualche studio sui dodici punti da trasformare in leggi annunciati dal Partito Democratico? Io mi sono fatto fare una ragionevole stima: trattasi, a occhio e croce, di 40 miliardi di euro di nuove spese, e di realistici risparmi di 4 miliardi di euro”.

Quindi è impossibile?
“Forse, quando si parla di risorse occorrerebbe non trascurare il punto essenziale: la disuguaglianza. L’Italia, come dimostrano tutti gli indicatori, è diventato negli anni uno dei paesi più diseguali del mondo. Il 10% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza. E’ cresciuta l’area della povertà assoluta e relativa, i salari sono precipitati agli ultimi posti in Europa, sono precipitate le condizioni di vita di una parte grande delle classi medie. Bisogna intervenire”.

Come?
“Con politiche redistributive forti per ridurre la disuguaglianza, e per ritornare dall’attuale “repubblica fondata sulle rendite” alla “repubblica fondata sul lavoro” “.

Veltroni ha definito il Pd “il partito del lavoro”: ha candidato il numero 1 della Confindustria giovani e l’operaio sopravvissuto della Thyssen-krupp. L’economista Ichino e l’impiegata di un call center.
“Non mi scandalizzano le candidature in sé. Ma le candidature più le idee che l’accompagnano: per esempio quella che l’imprenditore e l’operaio sono entrambi lavoratori. E’ vero che l’imprenditore è un lavoratore, ma non è vero il contrario, perché di mezzo c’è il piccolo dettaglio che si chiama il capitale”.

Intende il plusvalore?
“I dati sono noti: il lavoro operaio e dipendente è numericamente cresciuto, ma un’enorme quota di ricchezza prodotta si è spostata dai salari ai profitti e alle rendite. Siamo tornati ad una quota del Pil destinata ai salari pari a quella della fine degli anni cinquanta, prima del boom”.

Gli imprenditori non hanno investito in innovazione e ricerca?
“Assolutamente no. Le imprese italiane su questo punto sono molto indietro a quelle europee. Una parte grande di questo fiume di soldi è andato ad alimentare quello che Ricardo, uno dei padri dell’economia classica inglese, chiamava “consumo signorile”.

Anche a sinistra c’è chi ha la barca…
“Non intendo solo una barca. Parlo di automobili, gioielli, case di lusso, prostitute… se non si spezza questo diabolico meccanismo l’Italia è perduta”.

Il Pd si è disfatto del fardello comunismo ma gli scoppia in casa la questione laica. Come finisce tra Binetti e Bonino?
“E chi lo sa! So che la Bonino è a favore dell’abrogazione del Concordato, è contro la legge 40, è a favore dell’eutanasia. Non sarà facile”.

Ha visto: Veltroni definisce quelle della Chiesa su temi come la famiglia “sollecitazioni e non ingerenze”. Cosa ne pensa?
“Naturalmente definire quelle della Chiesa attuale “sollecitazioni” è un discreto eufemismo. Io sono a favore della più totale libertà religiosa e del più incondizionato diritto alla parola della Chiesa, come mi pare di aver dimostrato nel caso della visita del Papa alla Sapienza. Guai però a dimenticare che i diritti della chiesa nella repubblica italiana si esercitano nel quadro dell’articolo 7 della Costituzione. E oggi mi pare che siamo davvero all’ingerenza, nella politica e nel processo di formazione delle leggi”.

Veltroni in bus Berlusconi in camper, voi?
“Noi a piedi. On the road”.

Ha mai pensato che Nichi Vendola, il governatore della Puglia, potesse essere un candidato più a sorpresa e quindi più vincente rispetto a Bertinotti?
“Bertinotti è una forte personalità e sta facendo benissimo. Nichi Vendola avrà un grande peso nella costruzione della sinistra unita”.

Tra voi e il Pd è un divorzio per sempre?
“No, in futuro spero un’alleanza. Ma questo comporta ora una competizione”.

Qualcuno sta rinunciando a Sinistra democratica per cercare qualche posto nel Pd. Cosa dice a Olga Di Serio, a Crucianelli, a Nerozzi e a chi l’ha lasciata?
“Che meditino sulle cose dette e scritte da loro medesimi in tutti questi anni, almeno dal Congresso di Pesaro dei Ds del 2001″.

Me lo consenta alla fine dell’intervista: ha sentito D’Alema in questi giorni?
“Sì, mi ha chiamato. Abbiamo parlato del trapianto. Mi ha fatto molto piacere”.

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