Nella “mappa” interna della Sinistra democratica, Carlo Leoni è considerato uno dei più “unitari”. Insomma, se si parla di “Cosa Rossa” forse un po’ lo si deve anche a lui.
Partiamo da qui. Non hai la sensazione che l’entusiasmo che aveva accompagnato il progetto si sia un po’ “raffreddato”?
No, non ho quest’impressione. Certo, la la realtà è sempre un po’ più complessa di come uno se la immagina.
E come stanno le cose?
Io vedo che ci sono tre dati.
Positivi?
Tre dati. Il primo è che le forze politiche alla sinistra del piddì, anche in questo periodo, hanno tutte confermato di voler dare vita ad un “soggetto unitario”. Su questo, c’è una forte convergenza.
L’altro dato?
E’ che le forze politiche, penso a Rifondazione ma non solo, hanno spiegato che non hanno alcuna intenzione di sciogliersi.
L’ultimo?
E’ che tutti i gruppi hanno confermato quanto siano importanti le loro appartenenze internazionali. Discorso che vale per tutti, beninteso. Anche per me, che considero importantissima la mia adesione al socialismo europeo.
Scusa, Leoni, ma due dati sui tre di cui parli teoricamente potrebbero bloccare il processo unitario. O non è così?
Io credo che nessuno debba chiedere ad altri di rinunciare ai propri punti di riferimento internazionali. Di più: nessuno deve chiedere ad altri di sciogliersi. E lo dico anche se aggiungo che questo discorso non vale per noi. Sinistra democratica è nata definendosi “biodegradabile”. Siamo nati, insomma, pronti a confluire in qualcosa di più grande.
Insisto: ma se questo è il quadro si può essere ottimisti?
Io dico che s’è consolidato un lavoro comune, una convergenza sulle cose da fare…
Dici queste cose proprio all’indomani dei giudizi discordanti sull’accordo per le pensioni?
Ma vedi: in quel caso semplicemente non ha funzionato il meccanismo unitario che avevamo definito. Non ha funzionato la “sede” collegiale. Un errore, che si può correggere rapidamente.
Che fare, allora? Adesso, in queste settimane?
Se le cose stanno così, dico: ripartiamo. Con molto realismo. Ma con un pizzico di ambizione in più.
Tradotto?
Realismo significa che oggi non ci sono le condizioni per una nuova formazione. Ma il semplice realismo ti porterebbe a dire: allora, mettiamo insieme quel che c’è. E per esempio Diliberto chiede proprio questo. Ma penso che sarebbe sbagliato.
In più, cosa ci si può mettere?
Non uso una formula originale, ne hanno parlato diversi dirigenti di Rifondazione. L’idea insomma è di mutuare il modello della Flm, della federazione unitaria dei metalmeccanici. All’epoca, negli anni 70, le tre sigle sindacali continuavano ad esistere. Però, insieme, avevano creato uno “spazio comune”. A cui furono delegati poteri, possibilità di decisione. Risorse. Sì, insomma, l’idea è quella: non limitarsi alla semplice addizione fra tre o quattro gruppi dirigenti ma darne vita ad un altro. Che sia qualcosa di più e che non neghi le singole appartenenze.
Ma perché, Leoni, in Italia non si può fare come in Germania? Perché qui da noi non si può fare Die Linke? Anche a me quel progetto interessa. Molto. Ma bisogna restare coi piedi per terra. E poi, perché non dirselo?: anche lì in Germania il processo non è stato realizzato in un batter d’occhio. C’è voluto tempo.
Dì la verità: qualche resistenza c’è anche – se non soprattutto – fra le tue fila. Non è così?
Io non direi affatto così. Se la domanda, come temo, in realtà serva a sapere se siamo “pentiti” di aver lasciato i diesse o se qualcuno s’è fatto affascinare dai richiami di Veltroni, ti rispondo senza condizionali: no. Nessuno di noi è pentito, nessuno vuole “tornare”.
Perché allora tanto interesse per il seminario che Sinistra democratica terrà ad Orvieto a settembre? Che dovrete decidere in quella sede?
Discuteremo di queste cose. Discuteremo fra di noi e decideremo. E quella sarà l’occasione anche per chiarirci con Angius. Francamente non ho capito bene le sue ultime dichiarazioni: noi non siamo nati per dar vita, come sostiene, ad una “costituente socialista”. Siamo nati con un progetto molto, ma molto più grande: provare a rifare la sinistra.
Citi Angius. Ma in realtà anche Spini racconta di qualche dubbio.
Sbagli, il suo è un discorso diverso. Spini dice che con la nascita del piddì, c’è bisogno di una forza che faccia riferimento al socialismo europeo. Di questo, ti ripeto, sono convinti tutti. Tant’è che chederemo di entrare ufficialmente nel Pse.
Comunque, ti ripeto la domanda: resistenze al progetto unitario ci sono anche dentro la Sinistra democratica?
No, francamente- a parte voci isolate – non vedo resistenze. Siamo nati per unire la sinistra e se vuoi te lo dico: non ci presenteremo mai, a nessuna elezione, da soli.
Domanda secca, a questo punto: anche se i vostri europarlamentari l’hanno già fatto, perché Sinistra democratica non ha ancora aderito ufficialmente alla manifestazione del 20 ottobre?
Guarda che rispetto a quella manifestazione non ci sono titubanze. Abbiamo posto un problema diverso che riguarda l’etica della responsabilità.
Che vuol dire?
Significa che la piattaforma del 20 ottobre è condivisibile ma quello che c’è “attorno” assai meno. Mi spiego: in Italia, con la nascita del piddì, non ci sarà più una sinistra “popolare”, per usare le parole di Prodi, che rappresenti il lavoro. Una sinistra che deve però essere soprattutto credibile. E non credo che una sinistra che è al governo possa manifestare contro quel governo, quindi contro sé stessa, senza perdere credibilità. Ti dico di più: una cosa del genere sarebbe percepita come un giochetto “politichese”. Quello contro cui tutti ci battiamo.
Quindi non ci sarai?
Sto dicendo un’altra cosa. Dico che francamente eviterei toni del tipo: la “cosa rossa” parte il 20 ottobre. Chi c’è c’è. Voglio discutere con i promotori, quindi anche col tuo giornale. Voglio discutere le modalità, il messaggio che invia questa manifestazione. Una sinistra deve sapersi mobilitare – anche quando sta al governo – per imporre la propria agenda, per superare le resistenze. Ma deve sempre presentarsi come credibile.
Questo intendete quando parlate di “sinistra di governo”? Sì, una sinistra che non sappia solo protestare. Ma che in ogni caso, anche nelle condizioni più difficili, deve saper indicare soluzioni. Indipendentemente dalla sua collocazione, al governo, o all’opposizione.
Quant’è lontana la sinistra che immagini?
C’è da lavorare, ancora tanto. Ma visto che ci siano lasciami dire un’altra cosa…
Quale?
Che trovo forse sbagliate alcune affermazioni di Bertinotti che da qualche tempo è tornato a parlare della necessità di un nuovo soggetto della sinistra d’alternativa. Io credo invece che la sinistra d’alternativa già ci sia in questo paese, penso a Rifondazione. Ma quell’analisi, fondata sulla presenze di due sinistre, va in parte corretta: noi non possiamo attribuire al piddì l’etichetta di sinistra riformista. Non è così, non sarà così. Lo racconta la cronaca di ogni giorno. E allora il problema non è rafforzare la componente d’alternativa, il problema è più semplice e più drammatico: è fare la sinistra. Una sinistra che in Italia rischia di non esserci più. Una sinistra radicata nel lavoro. Una sinistra che sia in grado d’avere un rapporto col sindacato. E qui ti aggiungo una cosa che magari andrebbe discussa più a fondo: ma insomma io sono convinto che forse è arrivato il momento di ripensare il concetto di “autonomia” nelle sue forme più rigide. Qui ci vuole una sinistra che sappia rappresentare il lavoro, che sia in sintonia con le grandi organizzazioni del lavoro, con la Cgil. Qui ci vuole una sinistra, insomma. Senza aggettivi.
Chiediamo coraggio a Sinistra Democratica. Lo chiediamo a gran voce. Il coraggio di fare una scelta difficile e dai risultati incerti. Lo disse lo stesso Fabio Mussi in occasione di quella splendida giornata, il 5 maggio: “il risultato è incerto ma abbiamo il dovere di provarci.”.
Già, il dovere. Così come abbiamo il dovere di non deludere le aspettative dei tanti che ci guardano con simpatia.