29 giugno 2007
Ieri alla Camera dei Deputati si e’ svolta un’assemblea dei deputati e dei senatori dei gruppi Sd, Prc, Verdi e Pdci, che hanno sottoscritto un appello, firmato da circa 170 parlamentari, compresi alcuni componenti del gruppo dell’Ulivo, in cui si chiede al presidente del Consiglio Prodi una moratoria sull’inizio dei lavori al Dal Molin di Vicenza.
”I sottoscritti – questo il testo della lettera – chiedono che: – si attivino al piu’ presto le procedure per la convocazione della seconda conferenza nazionale sulle Servitu’ militare gia’ all’attenzione della Commissione Difesa della Camera, come previsto dal programma dell’Unione. – si attui una Moratoria in merito all’inizio dei lavori per la costruzione di una nuova base militare americana nel sito ”Dal Molin” di Vicenza, alla luce dalla discussione di merito della sopraindicata conferenza e in attesa dell’attivazione delle procedure relative alla V.I.A., come richiesto dal Ministro dell’Ambiente. – il Commissario di governo, On. Paolo Costa, si impegni a favorire lo svolgimento del referendum consultivo sull’impatto ambientale richiesto dai Comitati dei cittadini ”No Dal Molin”.
Hanno firmato: Lalla Trupia(Sd), Laura Fincato(Ulivo), Elettra Deiana(Pr), Luana Zanella(Verdi), sen. Tiziana Valpiana(Prc). Si segnalano poi le firme dei sottosegretari: Paolo Cento, Alfonso Gianni e Famiano Crucianelli. Seguono le firme dei deputati e dei senatori della Sinistra Democratica, di Rifondazione Comunista, dei Verdi e del Pdci. A questi si sono aggiunti i senatori Oskar Peterlini(Aut), Franca Rame(Idv), Felice Casson(Ulivo) e i deputati dell’Ulivo Cinzia Fontana, Giuseppe Giulietti, Teresa Bellanova, Marilena Samperi, Laura Froner, Cinzia Dato, Dorina Bianchi, Gianni Cuperlo, Maura Leddi, Leopoldo Di Girolamo, Maria Grazia Fortugno, Andrea Colasio, Francesco Amendola, Maran Alessandro, Martella Andrea, Gabriele Frigato, Adriano Musi, Pertoldi Flavio, Strizzalo Ivano, Viola Giuliano, Mariani Raffaella.
Si chiede fondamentalmente giustizia: che si tenga conto delle posizioni più volte espresse dalla Sinistra e dai movimenti, della popolazione di Vicenza.
Dobbiamo rivedere seriamente la posizione dell’Italia in merito alle servitù militari, è ora di finirla con l’accondiscendenza verso una politica estera, quella degli USA, sempre più caratterizzata da errori, approssimazione, unilateralismo.
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28 giugno 2007
Greenpeace, Swissaid e Coldiretti, insieme a più di trenta associazioni agricole del mondo e centinaia di altre organizzazioni, hanno creato la coalizione “No patent on seeds (www.no-patents-on-seeds.org).
Nell’ambito di un convegno tra esperti del settore organizzato presso la FAO. “No Patents on Seeds” ha annunciato di temere che, soprattutto in Europa, si diffondano sempre più brevetti su piante e animali da allevamento ottenuti con convenzionali tecniche di selezione. L’incontro di Roma rappresenta la premessa alla grande conferenza internazionale sull’argomento che si terrà a Interlaken (Svizzera) a settembre.
“Le grandi multinazionali come Syngenta, stanno chiedendo brevetti su colture fondamentali come il riso”. ha spiegato Tina Goethe di Swissaid. “La coalizione mondiale continuerà a fare pressione sulle multinazionali come
Syngenta per bloccare questi brevetti che minacciano la sicurezza alimentare a livello mondiale”.
Ma non soltanto le sementi sono soggette a queste richieste di monopolio. Secondo una ricerca di Greenpeace, la multinazionale statunitense Monsanto sta predisponendo dozzine di richieste nell’ambito dell’allevamento convenzionale di maiali. Brevetti sugli animali da allevamento servirebbero solo ad aiutare le grandi aziende che controllano le varietà genetiche delle razze animali, ad aumentare potere e controllo del mercato, come ha sottolineato una recente ricerca della League for Pastoral Peoples and Endogenous Livestock Development.
Per gli allevatori di piccole dimensioni diventa molto difficile competere quando i sussidi pubblici, i fondi per la ricerca e i regolamenti favoriscono l’industria.
“Ci ha scioccato scoprire che la Monsanto stia pianificando anche il controllo del settore zootecnico, dopo essere già divenuti il numero uno nel settore delle sementi”, ha detto Federica Ferrario di Greenpeace Italia. “Siamo perciò contenti che la FAO stia affrontando questo tema, in un momento che può essere decisivo per la
disponibilità futura di alimenti a livello mondiale”. “Dobbiamo fermare la brevettabilità delle risorse genetiche di piante e animali convenzionali, altrimenti agricoltori e consumatori perderanno il controllo della filiera
agroalimentare dalla terra alla tavola”, ha ribadito Coldiretti. “L’ obiettivo è difendere non solo la sovranità alimentare, ma anche un modello di agricoltura sostenibile che rispetti la qualità e la biodiversità. Questo
modello grazie ai requisiti garantiti dalle imprese agricole interessate dalla PAC rappresenta un patrimonio inalienabile per la società di oggi e domani”.
“No Patents on Seeds” nasce come una petizione mondiale indirizzata all’ Ufficio europeo dei brevetti (EPO) dove è stata recentemente discussa la richiesta di brevettare una varietà di broccolo, registrandone i sementi e le parti commestibili, oltre all’intera pianta. Brevetti simili per mais e riso affliggerebbero soprattutto le nazioni del Sud del mondo. (Fonte:
Greenpeace, 11 giugno 2007)
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27 giugno 2007
Oggi Uòlter si lancia. In diretta tv, su La7 e Sky.
Che bello, un candidato eccellente per le primarie del PD…..
Ops, a guardar bene abbiamo un candidato unico. Al massimo con un paio di contorni di secondo piano.
Vi ricorda qualcosa? Già, le primarie per Prodi. Una sorta di referendum, più che di primarie.
Ed ora il copione si ripropone, uguale a se stesso. Nonostante un sondaggio de La7 dica che il 75% degli elettori vorrebbe, almeno, che Letta e Bersani si candiassero. Macchè, Uòlter deve correre indisturbato.
Beh, almeno il popolo delle primarie potrà indicare il candidato che preferisce. Da affiancare al caro Uòlter.
Neanche questo. Le liste sono rigorosamente bloccate. Del resto neanche nelle proposte di modifica della legge elettorale si parla di ripristinare le preferenze. Per cui, perchè dovremmo inserirle nelle primarie?
Per essere un Partito Democratico, di democrazia ce n’è ben poca.
Provaci ancora, Uòlter.
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Ill.mo Signor Sindaco
Comune di Grosseto
Grosseto, 25 giugno 2007
Oggetto: Porto – Canale San Rocco – Pineta
Caro Sindaco,
Abbiamo deciso di inviarTi questa nota, i contenuti della quale rappresentano per noi un punto inderogabile di riferimento al fine di agevolare, nella maggioranza, una definizione condivisa delle questioni in oggetto.
1. Innanzi tutto vogliamo sottolineare che, pur non condividendo (“silos” senza Valutazione Impatto Ambientale VIA, viabilità….) in pieno le conclusioni della Conferenza dei Servizi del giugno 2005, non intendiamo in alcun modo ostacolare la rapida conclusione di quella intesa attraverso la procedura dell’Accordo di Programma. La sottoscrizione del quale non potrà non scaturire da quanto definito nella Conferenza incrociato con risposte esaurienti e definitive alla nota dell’Amministrazione Provinciale in data 2/10/2006. Tutto questo al fine di garantire assoluta compiutezza e trasparenza formale e sostanziale all’atto che dovrebbe favorire la conclusione amministrativa della questione Porto.
2. Riteniamo altresì, che entro la data del possibile Accordo di Programma, debba essere definita anche la problematica inerente le funzioni, le concessioni, la gestione del Canale San Rocco e delle aree limitrofe Pineta e Zona artigianale.
La contestualità delle soluzioni è per noi inderogabile, non solo perché è l’unico modo per garantire le prerogative di quanti sono stati estromessi dal Canale senza altra motivazione che l’incompatibilità con l’avvio dei lavori nel lontano 2000, ma anche e soprattutto per garantire correttezza e funzionalità di rapporti tra la gestione del Canale e del Porto e per dare risposte chiare ai cittadini di Marina e ad un’opinione pubblica sensibile ai problemi di tutela ambientale, della qualità e dell’efficienza dei servizi…
3. In merito alla questione Canale abbiamo appreso che inopportunamente e in contrasto con quanto ripetutamente e pubblicamente dichiarato, l’Amministrazione ha deciso di accettare l’accordo stipulato con l’Autorità Marittima dalla precedente Amministrazione. Un accordo che prevede la cointestazione della concessione del Canale con la Società Marina di San Rocco. Una scelta che non condividiamo, e tuttavia sempre per garantire una rapida messa a regime di una soluzione non più procrastinabile riteniamo che si dovrebbe procedere con determinazione su tre punti:
a) Assumere “formale” impegno a procedere, nelle forme possibili, al rinnovo della concessione a tutti i soggetti: singoli, associazioni, imprese (singole o associate) presenti sul Canale al momento dell’avvio dei lavori del Porto nel 2000.
È questa una scelta risarcitoria e di riconoscenza nei confronti di coloro che da 20 anni, con il loro impegno diretto hanno garantito la piccola nautica nel Canale e mantenuto viva l’idea del Porto.
È chiaro che il rinnovo dovrà essere preceduto da una verifica ricognitiva delle disponibilità attuali e dei titoli formali del rapporto con la Pubblica Amministrazione a quella data e naturalmente delle condizioni tecniche e giuridiche soggettive per l’acquisizione della nuova concessione. Senza alcuna preventiva preclusione che non derivi da quanto possa risultare dalla verifica che noi sappiamo sarà condotta, come sempre, con la massima imparzialità dalla nostra Amministrazione.
b) Definire, attraverso procedure concertate, un progetto sull’assetto del Canale (dragaggio, banchinamento, alaggio, servizi….) sui rapporti funzionali con l’area artigianale a monte e forme di tutela globale dell’area pinetata, per la quale deve essere evitato ogni ulteriore rischio di aggressione.
c) Costituire una società di gestione con tre soci Amministrazione Comunale, Marina di San Rocco Spa, nuovi concessionari del Canale) alla quale affidare la competenza per la gestione della concessione per la realizzazione e gestione del progetto per il coordinamento dei rapporti con l’area portuale…..Il ruolo dell’Amministrazione Comunale è evidente che dovrebbe essere un ruolo di garante dell’equilibrata difficile gestione dei due sistemi Canale – Porto.
Certi che apprezzerai il nostro contributo costruttivo, che affidiamo alla Tua volontà di garantire una sintesi unitaria dei problemi aperti, Ti salutiamo con cordialità.
Gruppo “Sinistra Democratica”
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26 giugno 2007
Ultimamente quando si parla di socialisti comincia a girare un po’ la testa.
Sinistra Democratica sta cercando di includere lo SDI nella futura Sinistra unita, a costo di causare qualche mal di pancia al resto dei componenti (PRC e PDCI su tutti).
Lo SDI, dal canto suo, continua a sbandierare un processo costituente dell’Unità socialista che quindi sarebbe in contrasto con il processo unitario a Sinistra. Una nuova formazione da aggiungere a sinistra, dunque. Da costruire con tutti i socialisti.
Poi si svolge il congresso del Nuovo PSI. E ti aspetti la svolta, il rimando alla Costituente socialista, il passaggio convinto nel centrosinistra (brrr….).
Invece, tutto fermo. Si rimane compatti nel centrodestra, con tanto di benedizione da parte di Cesa. Che fine ha fatto il progetto socialista?
A pensar male, sembra tutta una montatura per “strappare” Sinistra Democratica al suo progetto di unità della Sinistra.
Teniamo duro, compagni, in mano hanno un bluff.
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25 giugno 2007
A seguito della lettera a Prodi dei quattro ministri della Sinistra, finalmente si parla di temi sociali. Ed alcuni nodi vengono al pettine.
Nel programma dell’Unione (lo so, era troppo lungo perchè ci si possa ricordare…) c’era scritto chiaramente che lo “scalone” di maroniana memoria sarebbe stato abolito.
Quindi era del tutto legittimo che quattro ministri chiedessero di mettere in pratica ciò che era stato scritto ed in base a cui ci si era impegnati con gli elettori.
Ma no, ora tutti a dire che sono “i soliti estremisti”, addirittura “irriducibili”, termine che era stato usato per le BR.
E via quindi con le proposte in libertà: via lo scalone, dentro gli scalini, con tanto di disincentivi per chi sceglie di andare in pensione prima di aver maturato 40 anni di contributi. Ma non si era parlato di mantenere solo gli incentivi?
La Margherita e l’Udeur attaccano, coadiuvati stavolta anche dall’IDV, i DS sonnecchiano. Hanno già avuto l’incoronazione di Uòlter, che se ne stiano buoni.
Poi Rutelli, che scimmiottando Berlusconi propone l’abolizione dell’ICI sulla prima casa. Per chiunque. La logica dei “cittadini”, i provvedimenti a pioggia. Giusta l’obiezione di Diliberto, che dice “aboliamo l’ICI sulla prima casa solo per chi ne ha bisogno. Chi può permettersi di pagare è giusto che paghi.”
Sempre più, purtroppo, il programma dell’Unione è carta straccia. Almeno in futuro si risparmino i costi di stampa, facciano un wiki.
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Ormai da troppo tempo la Sinistra, divisa in mille rivoli, alcuni in secca, alcuni in piena, alcuni limacciosi, altri deviati dal loro originario percorso, come il delta di un grande fiume, la Sinistra, dicevo, è in crisi esistenziale e identitaria.
La sinistra è “smarrita” -per usare un titolo che introduce un interessante articolo di Bruno Gravagnuolo comparso su uno degli ultimi numeri dell’Unità.
Il primo e principale scopo del nostro Movimento deve essere quello di rifar prendere al fiume il suo corso naturale, riportare al centro del pensiero e dell’azione politica e sociale l’essere di sinistra.
Già, ma che cosa è la Sinistra?
Che cosa significa essere di Sinistra?
In che modo si differenzia dalla Destra?
Ci sono migliaia di libri, saggi, articoli che cercano di dare risposta a questi interrogativi.
Qualche anno fa Walter Veltroni cercò di sintetizzare la risposta ponendo sullo sfondo di un congresso dell’allora PDS, mi pare, la scritta in inglese “I care”, che può tradursi in vari modi, ma che può sintetizzarsi in “io mi preoccupo, io ho a cuore qualcosa e qualcuno”.
Certo una bella frase, che esprime un concetto di altruismo e solidarietà condivisibile, ma forse troppo cristiana ed evangelica.
Penso che la migliore definizione di Sinistra l’abbia data Norberto Bobbio, nel breve saggio edito da Donzelli nel 1994 ma che periodicamente viene ristampato.
Ebbene, il grande filosofo della politica, che un socialista come Pertini ebbe a nominare senatore a vita, condensò l’essere di Sinistra invece che di Destra principalmente nell’atteggiamento assunto di fronte all’ideale di uguaglianza.
L’uomo di sinistra è “egualitario, nel senso che parte dalla convinzione che la maggior parte delle disuguaglianze che lo indignano, e vorrebbe far sparire, sono sociali e, in quanto tali, eliminabili; l’ inegualitario, invece, o di destra, parte dalla convinzione opposta, che siano naturali e, in quanto tali, ineliminabili”.
Tale concetto Bobbio ribadì in un dialogo con Vattimo (La Sinistra nell’era del Karaoke, Reset), ricordando come,non a caso, fra i miti della Destra vi fosse il pensiero di Nietzsche che combatte la morale del gregge, la morale della uguaglianza.
Bobbio così riaffermò il suo pensiero “Ripeto. La differenza è fra chi prova un senso di sofferenza di fronte alle disuguaglianze e chi invece non lo prova e ritiene, in sostanza, che al contrario esse producano benessere e quindi debbano essere sostenute. In questa contrapposizione vedo il nucleo fondamentale di ciò che è sinistra e di ciò che è destra”.
L’articolo 3 della Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza, il “testamento di centomila morti” (i partigiani) per usare il termine di Piero Calamandrei nel famoso discorso agli Studenti Milanesi del 1955, contiene la codificazione di questo ideale di uguaglianza, non tanto e non solo al primo comma, dove riconosce la pari dignità sociale e di fronte alla legge (retaggio dello stato liberale) ma soprattutto al secondo comma, quello che, sempre Calamandrei, definì il più importante della nostra Carta Costituzionale, impegna lo Stato a uscire dalla posizione passiva di garante e farsi concretamente protagonista nel rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono ad un’effettiva uguaglianza sociale.
Questo, e non il volume di 270 pagine dei sette saggi bolognesi, potrebbe e dovrebbe essere il programma ed il manifesto di un Movimento davvero di sinistra.
Direte: ma non è un po’ troppo limitativo ridurre solo al principio di affermazione dell’uguaglianza il connotato dell’essere di Sinistra?
Certo che può esserlo. Ma, se ci pensiamo bene, ogni ulteriore aspetto del pensiero e dell’azione che reputiamo propri dell’uomo di Sinistra viene permeato o connotato da questo intento di realizzazione dell’uguaglianza.
Prendiamo , ad esempio, un altro concetto a noi caro, quello di libertà.
La libertà di un disoccupato non è uguale a quella di un occupato, e quella di un incolto non ha la qualità e consapevolezza di un uomo colto o istruito. Così come il povero o il malato non potranno godere allo stesso modo di un ricco o di uno in buona salute la libertà che la Costituzione gli riconosce.
Da qui l’impegno che scaturisce, come corollario dell’uguaglianza, a portare al centro dei valori e degli obiettivi della Sinistra il Lavoro, la Scuola pubblica e la Cultura, la Salute e il c.d. Welfare, che io preferirei chiamare Benessere Comune o, con una certa dose di utopia, Pubblica Felicità, il cui conseguimento, certo, comporta la soluzione di mille problemi anche concreti, oltre a quelli già visti (quali l’abitazione, relazioni sociali, ambiente, sicurezza, rispetto della legalità) certamente impegnativi e difficili da assicurare, ma per i quali si deve avere il coraggio di osare.
Sì, mi piacerebbe, da profano, che il nostro obiettivo fosse anche questo.
L’unica riforma che mi piacerebbe fare alla nostra Carta Costituzionale sarebbe l’aggiunta di un Comma all’art. 1 che dicesse che l’Italia, oltre ad essere una Repubblica fondata sul lavoro “riconosce il diritto di ogni cittadino a perseguire la felicità” (“pursuit of happiness) proprio come fu scritto da Thomas Jefferson nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti del 1776.
Non vi sembri, questo della Felicità, un tema ozioso da libro dei sogni da liquidare con sufficienza.
Con la mia Associazione, che si chiama “Politica Insieme”, nel 2005 abbiamo organizzazato una Conferenza sul tema Economia e Felicità, con il prof. Franzini, allievo del prof. Caffé.
Mi risulta che proprio questa settimana si tiene presso l’Università di Siena, un Congresso Internazionale di tre giorni intitolato “Politiche per la Felicità”.
Forse qualcuno di voi ricorderà la sorpresa che ha destato, qualche settimana fa, il risultato di un’indagine diretta da Ilvo Diamanti da cui risulta che gli italiani si sono dichiarati personalmente felici in percentuale del 90%, nonostante la generalizzata disistima per la classe politica.
Risultati clamorosi quanto preoccupanti, per chi vuole essere di Sinistra.
Come può, infatti, concepirsi una vera felicità, se il mondo che ti circonda è afflitto dai problemi che sono sotto gli occhi di tutti: guerra, fame, malattie endemiche, sperequazioni Nord-Sud, povertà, inquinamento, consumo abnorme di energie non rinnovabili, criminalità, annichilimento delle menti prodotto dalla pubblicità e dalla televisione, svilimento della personalità, disagio giovanile….
Chi è di Sinistra non può chiudersi nel “particulare” di guicciardiniana memoria.
Ed anche se, certamente, non può essergli impedito di essere felice anche senza prendersi sulle spalle i problemi della umanità (come spesso ironicamente da destra ci rimproverano) è lecito che almeno possa lottare per ridurre i problemi.
Ricorderete i versi del poeta-predicatore seicentesco John Donne che Hemingway riportò all’inizio del suo romanzo forse più significativo:
“Nessun uomo è un’isola, intera per se stessa; ogni uomo è un pezzo del continente, parte della Terra intera; e se una sola zolla vien portata via dall’onda del mare, qualcosa all’Europa viene a mancare, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o la casa di un uomo, di un amico o la tua stessa casa. Ogni morte di uomo mi diminuisce perchè io son parte vivente del genere umano. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te”.
Chi è di sinistra, chi si proclama socialista (e mi piacerebbe aggiungere liberale in omaggio al giellino Carlo Rosselli di cui ricorre quest’anno il 70° anniversario della morte per mano fascista) non può abbandonare il progetto di emancipazione delle masse subalterne e di riscatto morale di ogni uomo, in qualunque parte di mondo egli viva, che ha originato l’ideologia socialista e storicamente l’ha legittimata.
Ed invece assistiamo, purtroppo, ad un impazzimento, ad un miscuglio, ad un rovesciamento di situazioni per cui forze di sinistra, o che si definiscono tali, accettano politiche nelle quali il “cittadino” è divenuto “consumatore”, nelle quali l’esigenza di salvaguardare la mano pubblica sui beni primari ed essenziali cede alla frenesia delle liberalizzazioni e privatizzazioni; in cui la politica monetarista e di bilancio, gestita da tecnocrati ed economisti che credono di essere così superiori e così in alto – come tanti, troppi politici anche della nostra schiera- da non udire le grida provenienti dal popolo, condiziona le scelte di politica sociale in modo tale da suscitare lo sconcerto e lo stupore di chi aveva creduto di poter uscire dai tempi bui dello sfrenato liberismo berlusconiano e dallo strapotere delle lobbies economico-finanziarie che dominano la scena con le loro trame.
Sul piano del Lavoro, come si legge nell’introduzione ad uno Studio “Destra e Sinistra” pubblicato da Il Mulino nel 2006, ci si trova di fronte ad un mercato “caratterizzato dalla flessibilità, contratti part-time e tempo definito, lavoro a domicilio, frammentazione, instabilità, incertezza da cui consegue una forte diminuzione del fattore lavoro come valenza aggregativa capace di fornire identità collettiva e per ciò stesso politica. Le tradizionali comunità lavorative che creavano solidarietà e forme d’azione collettive perdono gran parte della loro rilevanza sociale in una situazione di forza lavoro atomizzata”.
Aggiungo che, tali forme, unite agli stages gratuiti (vero e proprio sfruttamento) cui si ricorre a piene mani anche nella pubblica amministrazione, hanno creato mortificazione professionale e, allo stesso tempo, concorrenza, anzichè colleganza, fra i lavoratori, con vanificazione di quello “spirito di classe” che aveva favorito le lotte dell’800 e del 900 e le conquiste sociali dei lavoratori.
Non ci si deve stupire, quindi, se l’operaio, specie se giovane, vota in prevalenza, sia pur lieve, a destra, come risulta dallo studio che ho appena citato.
Ed a ciò si aggiunge l’ossequio verso il Papa e le altre Gerarchie Ecclesiastiche, verso le quali si fa a gara per dimostrarsi rispettosi e disponibili, a costo di calpestare il principio supremo di laicità dello Stato.
Ed in effetti la Chiesa cattolica (che peraltro, non va dimenticato, ha annoverato persone carismatiche come Don Milani, di cui quest’anno ricorre il 40°della morte, e Don Puglisi, trucidato dalla Mafia, per ricordare solo alcuni casi più recenti)con la revisione dei Patti Lateranensi avvenuta nel 1984, in cambio del fumo costituito dalla rinuncia (resa inutile dala entrata in vigore della Costituzione) ad essere la religione di Stato, come previsto negli accordi del 1929, ha ottenuto l’arrosto costituito da una serie di privilegi grandi e piccoli che occorrerebbe molto tempo per elencare e che si possono trovare nell’ultimo fascicolo di “Critica Liberale”.
Cito, tra i molti:
L’obbligatorietà (poi divenuta facoltatività, dell’insegnamento dell’ora di religione); la ripartizione obbligatoria dell’otto per mille; la fornitura gratuita a carico dello Stato dei servizi idrici alla Città del Vaticano; l’immissione in ruolo di migliaia di insegnanti della religione cattolica, il mantenimento di oltre 200 cappellani militari con il grado anche di colonnello e generale, i buoni scuola alle private (quasi tutte cattoliche), la deducibilità dai redditi delle donazioni alla Chiesa cattolica, l’esenzione degli immobili eclesiastici dal pagamento dell’ICI.
Eppure recentemente le massime autorità ecclesiastiche, oltre a propugnare e difendere (come loro diritto che il vero laico sempre si batterà perchè sia salvaguardato) la visione religiosa di temi di grande valenza morale ed etica (nella specie la famiglia fondata sul matrimonio) si sono rivolti ai politici e legislatori per metterli in guardia dall’approvare leggi che possano porre in discussione valori definiti “non negoziabili” ponendo uno “spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana”.
Questo ”non possumus” ha fatto scrivere (G.Zagrebelsky, 9.2.07) che “mai come in questo caso, nella storia recente, i basamenti del concordato hanno traballato” e che l’avvertimento (dato mediante pubblicazione sul giornale Avvenire) “significa preannuncio di conseguenze perturbatrici del quadro parlamentare e della libera dialettica democratica”… “Ci sono questioni sulle quali anche da parte dello Stato democratico dovrebbero essere detti dei “non possumus”. Ci sono principi irrinunciabili di laicità e democraticità delle istituzioni che sono non negoziabili”.
La laicità dello Stato impone una risposta, nello spirito della tolleranza che caratterizza il concetto ma ferma, senza timore di venir spregiativamente tacciati di anticlericalismo, o laicismo, dalla schiera dei tanti “atei devoti”.
L’importanza morale e civile dei temi in discussione (convivenze di fatto, eutanasia, ricerca scientifica, procreazione assistita, omosessualità, esposizione dei simboli religiosi etc.) meriterebbe toni più tolleranti e voci più pacate e dialoganti, come quelle coraggiosamente levatasi anche all’interno del clero contro i rischi dell’invadenza di campo da parte delle autorità religiose e di un ritorno ai conflitti di tipo ottocentesco Chiesa e Stato.
Quanto lontani sono i tempi in cui nella pastorale “Gaudium et Spes” espressione del Concilio Vaticano II si leggeva (art. 76) che la “Chiesa, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica” e che appare di grande importanza “che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, giudati dalla loro coscienza cristiana e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori”.
Il Movimento deve combattere queste storture e richiamarsi ai caposaldi dell’essere di Sinistra.
Identità, orgoglio, autorevolezza.
Questo dovremo ricercare e affermare.
Ha detto Wiston Churchill, uomo non di sinistra ma tutto di un pezzo, che mi consentirete di citare alla fine di questo mio intervento “Ci sono uomini che cambiano idee per il Partito; e ci sono altri uomini che cambiano Partito per le loro idee”.
Io vorrei, con voi, essere fra questi ultimi se si farà un partito, ma anche se resteremo un Movimento.
Mettiamoci dunque in cammino, compagni di strada.
E che la via sia diritta ed il passo fermo.
Discorso dell’avv. Massimo Ceciarini
Assemblea provinciale Sinistra Democratica Per il Socialismo Europeo – Grosseto, 15 Giugno 2007
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24 giugno 2007
Giusto un anno fa 16 milioni di persone sono andate a votare, il 25-26 giugno, per difendere la Costituzione dal tentativo del governo di centrodestra di stravolgerla completamente.
Nel programma elettorale dell’Unione stava, tra le priorità, la riforma dell’art. 138 della Costituzione. E’ quello che regolamenta la possibilità di modificare la Costituzione stessa.
Questa modifica è resa necessaria dal fatto che, con sistemi elettorali che danno premi di maggioranza, – ma non solo, anche a causa di un lungo processo di deterioramento istituzionale e costituzionale – ogni maggioranza, ogni governo, può farsi la Costituzione che vuole (perché l’attuale art.138 ne permette la modifica a maggioranza semplice in 2° votazione – e solo un eventuale referendum può impedirla)
Non vogliamo dire che la Costituzione è assolutamente intoccabile, né quali riforme – circoscritte e puntuali si intende, le sole permesse dal nostro tipo di Costituzione, rigida- sarebbero auspicabili e quali no. Quello che ci interessa è ribadire il principio che le Costituzioni non le fanno i governi, – né di destra né di sinistra, né di oggi né di domani (ieri purtroppo le hanno fatte, a destra e a sinistra: rif. al titolo V) – e che la Costituzione non è una merce di scambio sulla quale si tratta. E’ l’insieme delle regole fondamentali sulle quali si fonda la convivenza civile di un popolo. E’ l’essenza della democrazia. E’, per dirla con Zagrebelsky, “ciò su cui non si vota; o meglio … è ciò su cui non si vota più, perché si è già votato una volta per tutte, all’inizio”, intendendo con ciò qualcosa che viene prima e sta più in alto rispetto alla consueta contesa politica. O anche “La Costituzione non è un bene nella disponibilità della maggioranza” (Hans Kelsen). Perché i diritti fondamentali non possono essere sottoposti al voto e alla “dittatura” della maggioranza. Hanno un primato sulla politica.
Per questo bisogna modificare in senso garantista l’art. 138 (sostanzialmente alzando il quorum a 2/3 o 3/5), per “mettere in sicurezza” la Costituzione, come si dice.
I Comitati per la Costituzione (che si stanno per trasformare in Associazione), e che dopo la vittoria referendaria non hanno finito la loro missione perché di salvare la Costituzione c’è ancora bisogno, per settembre prevedono di iniziare una raccolta di firme per una iniziativa popolare di legge costituzionale per la modifica dell’art. 138 (l’ipotesi potrebbe essere l’innalzamento del quorum a 2/3, con conservazione della possibilità di successivo referendum e aggiungendo la possibilità di intervento della Corte Costituzionale nel corso del procedimento per verificare se si vadano a toccare principi immodificabili della Carta, pena l’inammissibilità).
Il programma elettorale dell’Unione, dicevamo, iniziava proprio con la difesa della Costituzione e con l’esaltazione dei suoi principi e dei suoi valori. Vi si legge, testualmente: “non vogliamo riscrivere la Costituzione ma tutelarla, anche elevando il quorum necessario per modificarla, così da scongiurare future riforme a colpi di maggioranza … Modificheremo il quorum previsto dall’art. 138 della C. elevando la maggioranza necessaria per l’approvazione, in seconda lettura, di leggi di revisione costituzionali …Tale proposta avrà carattere di priorità ..”
Allora, cosa è successo? E’ successo che è scoppiata la questione Legge Elettorale.
E siccome i partiti stanno cercando l’accordo sulla legge elettorale, vogliono prima trovarlo e poi modificare la Costituzione in base a quello per superare l’eventuale incostituzionalità della legge elettorale.
Che la legge elettorale attuale fosse da cambiare era ed è chiaro a tutti (sapete bene che Calderoli stesso l’aveva definita “porcata”). E’ anche vero che il centrosinistra non aveva voglia di impegnarsi da subito su questo tema, spinoso certo, ma fondamentale, perché la legge elettorale, per quanto sia legge ordinaria, incide, di fatto, sulla Costituzione e sul sistema democratico di un paese. Sennonché è scoppiata la bomba Referendum Elettorale. Il comitato referendario Guzzetta Segni ha depositato i quesiti e iniziato la raccolta firme per un referendum che modifica l’attuale legge elettorale.
Il referendum (a parte quello costituzionale, confermativo) è abrogativo; i quesiti iniziano: “volete voi che sia abrogato …” e giù una sfilza di articoli e commi. Sfidiamo chiunque a capire dalla loro lettura che cosa significhino questi quesiti che vengono sottoposti ai cittadini (e a giustificare un utilizzo così distorto dell’istituto referendario. Ma questo è già successo e il fallimento degli ultimi referendum deriva anche da questo. Senza contare il fatto che è inconcepibile indire un referendum per una legge sulla quale abbiamo appena dato mandato elettorale a una maggioranza: vi abbiamo appena mandato lì a fare le riforme, perché dobbiamo mobilitarci, con notevole spreco delle nostre risorse oltretutto, per avere quello che dovete fare?).
Ma c’è chi sa bene cosa vogliono dire quei quesiti e quello che non si dice è che il risultato che verrebbe fuori da queste abrogazioni, da queste modifiche alla legge Calderoli, è una legge ancora peggiore di quella attuale.
Intanto vi ricorderete bene che ci hanno tolto le preferenze, la possibilità di scegliere chi votare, con le liste bloccate, cosicché abbiamo un parlamento non eletto dai cittadini ma nominato dalle segreterie dei partiti. Questo con il referendum Guzzetta resta. Così come resta il premio di maggioranza al Senato attribuito per regione che determina maggioranze risicate, come ben sappiamo, o addirittura diverse al Senato dalla Camera. L’unica cosa positiva, va detta, è che cancellerebbe le candidature multiple, in più collegi.
Ma il meccanismo più deleterio, di una gravità sconcertante se si dovesse verificare (l’iniziativa Guzzetta è stata definita un monstrum di antirappresentatività e quindi “contra costitutionem”), è che il premio di maggioranza (già di per sé grave, per gli effetti fortemente distorsivi della volontà degli elettori) che ora va alla coalizione vincente, garantendogli almeno 340 deputati (su 630, il 54% quindi) non andrebbe più alla coalizione ma alla lista, anche a un solo partito dunque, che ottenga la maggioranza relativa, con una % anche molto bassa nel paese.
Questo è peggio di quella che è passata alla storia come la “legge truffa” De Gasperi Scelba del ’53, che prevedeva sì un premio di maggioranza del 65% ma a chi avesse raggiunto il 50% più uno dei voti validi, e infatti il meccanismo non scattò (perché la dc e i suoi alleati raggiunsero il 49,8% e la legge fu abrogata l’anno successivo).
E’ peggio addirittura della legge Acerbo, fascista, del ‘23, che dava i 2/3 (il 66%) dei seggi a chi raggiungeva il 25% dei voti, che era la soglia minima. Nel referendum Guzzetta non c’è nemmeno questa soglia minima. Il partito che prende di più, anche se molto poco, prende tutto.
Il comitato referendario, che sostiene il partito democratico, evidentemente pensava che quel partito potesse essere il PD. Ma aldilà del principio che questo è inaccettabile per una democrazia, i risultati delle ultime elezioni dovrebbero aver reso chiaro il grave pericolo di questo sistema (e se invece il partito che prende più voti fosse quello di Berlusconi che potrebbe così governare da solo?)
E’ stata usata un’immagine da Guzzetta: il referendum è una pistola puntata per costringere i partiti a fare la legge elettorale. Sì, questa è una roulette russa e se c’è il colpo in canna rischiamo di farci davvero male.
I gravi pericoli derivanti da questo referendum vanno scongiurati. Potrebbe essere neutralizzato dalla mancata raccolta delle 500.000 firme valide necessarie per la sua indizione o dal mancato raggiungimento del quorum alle votazioni (per essere approvato deve avere partecipato al voto la maggioranza degli elettori ed aver raggiunto la maggioranza dei voti espressi).
Resterebbe ovviamente il problema, non facile e immediato, di dotare questo paese di una buona legge elettorale. Per far fronte a questo c’è anche chi suggerisce di abrogare totalmente la legge Calderoli (l. n. 270/2005) e di ripristinare così, temporaneamente, la precedente legge Mattarella del ’93.
In ogni caso va evitato di portare avanti riforme elettorali che stravolgano la Costituzione.
La nostra è una repubblica parlamentare, che si regge su un sistema di pesi, contrappesi e controlli tra i poteri dello Stato e che ha la sua centralità nel Parlamento. (Parlamento che ha la funzione di rappresentare il popolo italiano e di formare la maggioranza, che nel dialogo col Presidente della repubblica individua il Presidente del Consiglio, che forma il governo, al quale il Parlamento dà la propria fiducia). Anche ammettendo un rafforzamento del capo del governo non si può ammettere un Premier che manda a casa il Parlamento. Altro che dittatura della maggioranza, si avrebbe uno strapotere personale. E’ lui che deve rispondere al Parlamento, non viceversa. Non può ricevere un’investitura popolare a suffragio universale perché quel rafforzamento non può avvenire al costo di una mortificazione del Parlamento.
Qualsiasi legge elettorale deve rispettare questi princìpi di equilibrio fra i poteri fondamentali dello stato e l’ uguaglianza del voto. Una buona legge elettorale deve garantire una buona rappresentanza. Il problema della rappresentanza viene prima ed è diverso da quello della governabilità, in nome della quale non si possono sacrificare pezzi di democrazia, e che non si risolve con alchimie istituzionali, ma risolvendo la crisi della politica e dei partiti (che è evidente e dichiarata da tutti).
La quale crisi non si supera semplificando artificiosamente lo scenario politico, riducendolo a un forzato bipolarismo. Il pluralismo dei partiti non è un disvalore, se rappresenta posizioni politiche in leale dialettica tra loro e che trovano fondamento nell’opinione pubblica e nella società. Il problema è se i partiti e le correnti sono gruppi di potere e di interesse.
Lo scollamento tra politica e società è sotto gli occhi di tutti. I sondaggi dicono che il 70% dell’opinione pubblica non ha fiducia nel governo e nel parlamento. I partiti non hanno credibilità sul piano etico e non mantengono gli impegni presi con l’elettorato (vedi programma dell’Unione).
Il problema principale del paese è il livello e la selezione della classe politica dirigente – la cui soluzione è prioritaria rispetto a tutti gli altri – e la riforma più necessaria quella dei partiti.
La crisi della politica rischia di avere sbocchi pericolosi. Da una parte svolte autoritarie, che in nome di malintese forme di governabilità ed efficienza (vedi premierato), possono spingere verso riduzioni inaccettabili degli spazi di democrazia. Dall’altra una deriva qualunquista, determinata dalla giusta indignazione per i “costi della politica” e i privilegi della “casta”. Quando non si crede più, l’estremo modo di ribellarsi allo strapotere dei partiti diventa l’astensionismo.
La sfiducia nella politica e nelle istituzioni democratiche si può vincere in un solo modo: con l’eticità. La trasparenza, la legalità, il rispetto delle regole, la prevalenza dei valori.
La crisi della politica è crisi di democrazia. Sinistra Democratica vuole essere una sfida a questa crisi.
Sinistra Democratica – Grosseto.

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23 giugno 2007
In occasione dell’incontro con Giulietto Chiesa per il lancio del Movimento per il bene comune, Sinistra Democratica di Grosseto ha preparato un documento che andiamo a pubblicare:
Noi di Sinistra Democratica nasciamo per unire la Sinistra. Per questo siamo un movimento e non un partito. Perché siamo parte di qualcosa di più grande, tutto da costruire.
Crediamo che i valori della Sinistra siano più attuali che mai e che vadano recuperati, specie ora che con il Partito Democratico si realizza una decisa svolta centrista del più grande partito della Sinistra italiana.
Noi siamo i compagni che hanno combattuto nella sinistra DS, che hanno tentato con l’ultimo congresso di evitare la formazione del Partito Democratico.
Siamo preoccupati, perchè la globalizzazione ha assunto il significato di uno sfruttamento selvaggio, senza regole delle risorse che sta mettendo a rischio la sopravvivenza non solo del genere umano, ma della vita stessa su questo pianeta.
Le risorse della Terra sono importanti e cè bisogno di una politica saggai di gestione di queste risorse. Sono beni comuni e dobbiamo fare in modo che i beni comuni siano, per definizione, di tutti e non di pochi. Per questo, ad esempio, l’acqua non puà cadere in mani private. E con essa tutti i beni comuni, di cui dobbiamo fare un accurato inventario.
Crediamo che ci sia molto da lavorare in questo Paese.
Crediamo che la Legge 30 sia ingiusta, ma che si tratti di rivedere l’intero impianto della cosiddetta flessibilità, più che una singola legge.
Crediamo infatti che creare una generazione di precari, condannati ad esserlo per un lungo periodo se non per sempre, sia una forma di severa discriminazione sociale ai danni dei lavoratori.
C’è bisogno di lavoro buono e stabile. E perché il lavoro sia buono, deve essere dato ad esso il giusto valore. Invece oggi più che mai il valore del lavoro è in ribasso, travolto dalle tempeste di un capitalismo selvaggio che ha trovato nella globalizzazione il volano per l’ulteriore accentramento della ricchezza nelle mani di pochi, sostituendo l’economia con la finanza, di fatto non solo svalorizzando i lavoratori, ma addirittura affossando le imprese stesse in un’ottica di pura speculazione, profitti facili e logica di brevissimo periodo.
E quando un lavoratore non precario, a tempo indeterminato, è costretto a rivolgersi alla Caritas per un pacco di generi alimentari o dei vestiti per la propria famiglia, allora significa che si è perso un concetto fondamentale nelle società civili: la dignità del lavoro.
Questo vale naturalmente anche per quelli che lavoratori lo sono stati per una vita, i nostri pensionati, sempre più bersagliati nel loro misero potere d’acquisto. E per coloro che sono alle soglie della pensione, minacciati da continue riforme che mirano a farli lavorare sempre più a lungo.
Senza dimenticare chi si affaccia ora al mondo del lavoro ed a cui viene prospettata una pensione lontanissima e decisamente misera. Si parla di circa il 40-45% dello stipendio medio. Da fame.
E’ tempo di rimettere al centro i lavoratori ed il tema dei salari, perché si possa di nuovo recuperare il valore dell’impegno e del sacrificio,della legalità, dell’onestà, contrapposti alle attuali logiche dell’illegalità diffusa, dell’evasione fiscale, dei “furbetti”, dei corrotti e dei corruttori.
La politica deve dare risposte che guidino il processo in questa direzione.
Deve dare l’esempio, riducendo significativamente i propri costi ed i propri privilegi, mettendo di nuovo al centro la questione morale e coltivando quotidianamente, anche nei propri atti, la cultura della legalità. Perché senza legalità non si fa sistema, ma si genera nuovo individualismo, competizione sleale, conflittualità sociale.
Per contrastare i recenti moti di antipolitica c’è bisogno di politica. Ma quella vera. Quella vicina ai bisogni della popolazione, in particolare ai ceti più deboli, coloro cioè che ricavano i minori vantaggi dai provvedimenti “universalistici”.
Si dovrebbe parlare meno di “cittadini”, una definizione che comprende tutte le classi sociali, e di più di fasce deboli della società: salariati, pensionati, precari, disoccupati.
Si può ridurre il numero dei componenti del governo ed i privilegi della “casta” politica.
Invece attualmente non si fa politica. Sempre di più parte del ceto politico fa attività di lobbysmo all’interno del Parlamento e rappresenta i poteri forti ed i grandi interessi. E così nascono le sciagurate missioni di guerra, in palese contrasto con i nostri principi costituzionali, l’affermarsi di servitù militari che opprimono le popolazioni locali in nome di disegni geopolitici di chiaro stampo economico, di controllo da parte dei Paesi ricchi delle risorse di tutto il mondo. I parlamentari della Sinistra hanno il dovere di opporsi a tutto questo.
Così si allontana gran parte della popolazione dalla politica. Cresce l’astensionismo, soprattutto a sinistra, proprio perché ci si sente abbandonati nei valori più importanti e rappresentativi della Sinistra stessa. E quando mancano i valori di riferimento, nel migliore dei casi ci si astiene. Altrimenti si è preda del populismo.
Dobbiamo quindi ripartire, sin dai livelli amministrativi locali, con una politica di trasparenza, di moralità, di legalità,principi fondanti senza i quali non è possibile pensare ad un processo politico partecipato.
E nel DNA della Sinistra la partecipazione ha sempre avuto una posizione centrale.
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22 giugno 2007
L”ambasciatore di Londra a Kabul ha detto che la Gran Bretagna deve mantenere una significativa presenza in Afghanistn per diversi decenni per contribuire alla lotta al terrorismo e far uscire il paese dalla povertà .
Sherard Cowper-Coles, che ha assunto l’incarico un mese e mezzo fa, ha detto che la Gran Bretagna ha bisogno di impegnarsi per una presenza a lungo termine in Afghanistan, per aiutarlo a riprendersi dopo 30 anni di guerra e per reprimere l’insurrezione Talebana.
Il compito di tenere in piedi un governo dell’Afghanistan che sia sostenibile prenderà molto, molto tempo”, ha detto Cowper-Coles alla radio della Bbc. “E’ una maratona, non una gara di velocità. Dovremmo pensare in termini di decenni”.
Non c’è male per una missione di pace. Temporanea. Questo almeno è quello che ci hanno raccontato.
E’ evidente, a questo punto, che si tratta di scuse, anche piuttosto puerili. La realtà è che si sta lì per proteggere degli interessi. E che per fare questo ci deve essere una presenza pressochè costante, una vera e propria occupazione con tanto di governo fantoccio.
Un tempo questo si chiamava colonialismo.
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